photo by Pim

Quando penso a Marco Pantani mi vengono alla mente due ricordi.

Il primo risale alla Milano – Torino del 1995. Nella discesa che da Pino Torinese conduceva all’arrivo cadde rovinosamente, a pochi chilometri da casa mia. Per coincidenza, quel giorno d’ottobre stavo seguendo un corso al CTO, dove venne ricoverato a causa della frattura di tibia e perone. Ricordo il frastuono dell’elicottero, le sirene spiegate di ambulanze e polizia. Ricordo il camper del padre posteggiato nei pressi dell’ospedale; per pudore non ebbi mai il coraggio di domandargli come stesse il figlio.

Il secondo riguarda l’istintiva solidarietà che provai quando venne squalificato al Giro, nel giugno del 1999. A Madonna di Campiglio lo trovarono con l’ematocrito alto e passò in un attimo dallo status di campione a quello di reietto, scaricato da quasi tutta l’Italia sportiva e non. Quell’Italia che, fino al giorno prima, l’aveva celebrato mettendo in prima pagina le sue imprese ciclistiche. Mi importava poco se fosse colpevole o innocente. In gioco c’era altro, qualcosa di più ineffabilmente soggettivo: il mio immaginario. Quell’aura che le imprese sportive di un atleta sanno suscitare nell’anima di chi, come me, ama le storie di vita che stanno dietro le vittorie e le sconfitte. Non ero un tifoso di Pantani in senso stretto, un tifoso esagitato, di quelli completamente calati nel ruolo. Non potevo nemmeno difenderlo d’ufficio, senza conoscere i particolari della brutta vicenda in cui era incappato. Marco apparteneva al mio immaginario, a lui dovevo tante emozioni e gli ero riconoscente. Non lo avrei abbandonato mentre si perdeva, nonostante potesse risultare dopato – né più né meno come certi suoi colleghi.

Nel tempo non ho cambiato idea. Marco era un ragazzo dal carattere complesso, forse troppo vicino ad ambienti equivoci e personaggi infrequentabili. Un talento fragile, si usa dire. Ma il talento è un dono fragile per definizione. Al di là delle circostanze in cui ci ha lasciato quel maledetto 14 febbraio 2004, nella stanza anonima di un hotel riminese, Marco era già morto a Madonna di Campiglio. Dopo quella mazzata non aveva più avuto la forza di rialzarsi. L’esistenza che ha portato avanti per altri cinque anni è stata una sorta di decomposizione quotidiana. Marco si è dimostrato incapace di metabolizzare la batosta e le traversie giudiziarie hanno fiaccato il suo spirito. Soffriva e non veniva capito, stava male e in pochi hanno provato ad aiutarlo davvero. Molti sostenitori della prima ora e altrettanti giornalisti l’hanno trattato come un delinquente, facendogli pesare le sue fragilità. Non gli è stato perdonato niente fino a quando non si è fatta strada una verità terribile: Marco era soltanto l’ingranaggio di un meccanismo diabolico più grande di lui. C’è una dicotomia netta e feroce nell’atteggiamento di chi l’ha sottoposto a un linciaggio mediatico senza uguali e poi ha semplicemente cambiato opinione. L’applauso è scattato troppo tardi e non del tutto spontaneo, quando lui comunque non poteva ormai sentirlo.

Adesso qui, nello spazio che Cesenatico gli ha dedicato, posso dire di aver sempre creduto in Marco e che continuo a credere in lui. Sul mio giudizio non hanno mai pesato i valori dell’ematocrito o la dipendenza da sostanze. Nei suoi confronti ho provato dispiacere e compassione, ma non ho mai perso un briciolo di stima, di rispetto e di sincera ammirazione. L’immagine di Marco che mi rimane negli occhi è sempre e ancora quella sul Galibier, con il viso stravolto dalla fatica ma vincente a braccia alzate.

(Cesenatico, 9 maggio, photo by Pim)

2 risposte a “Marco”

  1. Avatar Cinzia*

    conosco Pino Torinese… (“ora”) è… un continuo cantiere…
    siamo vicini di provincia… io… abito nell’astigiano…

    Marco Pantani… era il “pirata” su due ruote… incompreso… nemmeno il suo amore incondizionato per la bici… è riuscito a salvarlo…
    il male dell’anima… l’ha colpito e affondato…
    ogni volta che vado ad Oropa… me l ho immagino a “salire”… a “scalare”… ad arrivare in cima… ai piedi del Santuario… la sua impresa ha lasciato il segno…

    aggiungo le parole di Gino Bartali… che a modo loro… possono dare un piccolo tributo… anche a Marco…
    “Il bene si fa ma non si dice.
    E certe medaglie di appendono all’anima, non alla giacca.”

    buona giornata Pim… 😃🚲 con o senza bici da corsa!

    1. Avatar Pim

      Ciao Cinzia 🙂
      Non abito più da quelle parti, mi sono spostato di alcuni chilometri. Ho idea che, comunque, non siamo così lontani…
      Ogni tanto vado a Oropa anch’io e non manco di ripensare a quella vittoria del 1999, una delle più esaltanti. Certe medaglie rimangono appese nella memoria e sopravvivono nel tempo, sì.
      Buon pomeriggio – con o senza bicicletta 🙂

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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