Edgar Morin

Non dobbiamo pensare a una società migliore, ma a come evitare la peggiore.

Questa citazione riflette il pensiero recente di Edgar Morin che, nel corso degli ultimi anni della sua lunga vita, ha intensificato i suoi appelli ad agire in maniera responsabile di fronte alle crisi globali.

Morin ha vissuto in prima persona le grandi tragedie del Novecento, dalla Seconda Guerra Mondiale (durante la quale militò nella Resistenza francese) al crollo delle ideologie. Sostituire l’idea astratta di una società “migliore“, con l’impegno di prevenire l’instaurarsi di una società “peggiore“, significa ancorare la politica alla realtà, salvaguardando l’essere umano dalla barbarie del nostro tempo.

Le parole di Morin rimandano alla fine delle grandi utopie, che promettevano la costruzione di una società idealizzata, e ci richiamano alla necessità di una più concreta “politica di civiltà“. Una politica fondata sulla vigilanza consapevole che la comunità umana deve esercitare erigendo un argine contro l’autoritarismo, i conflitti nucleari, la crisi climatica e la deriva tecnocratica.

Occorre “saper sostare nell’incertezza“, avrebbe detto Bion, accettando di rimanere sospesi nel dubbio senza la fretta di trovare risposte immediate. Bisogna imparare a gestire questa condizione attuale di instabilità attraverso leggi e contrappesi democratici capaci di tutelare i diritti umani. Il peggio non è mai certo, ma non è nemmeno mai escluso.

Dobbiamo prenderci cura del nostro mondo vulnerabile e difenderlo con scelte attive e pragmatiche per preservare l’umanità dall’autodistruzione. Secondo Morin non si tratta di un ripiego pessimista o minimalista, bensì dell’unico modo per creare le condizioni affinché una società migliore possa emergere.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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