Sera. La luce bianca dei lampioni luccica di neve l’asfalto delle strade. Poca gente, frettolosa, con l’ombrello chiuso sotto il braccio. Rari suoni, qualche scalpiccio di passi, il rombo attutito dei motori. Nuvole di freddo ricoprono le case colorate dai televisori accesi. La mia anima se ne sta nascosta in qualche angolo del corpo, forse per sfuggire alla malinconia che sopravviene quando decido di riflettere sullo stato delle cose. L’oscurità si accomoda impassibile lungo gli argini del fiume.

Mi fermo un istante e guardo di sotto. La corrente trascina con sé i volti che ho amato. Negli occhi l’identica espressione addolorata, come se stessero implorando di non dimenticare.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

Febbraio 2006
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