S’inneggia con grida alla guerra remota,
flessili vessilli grufolano all’aeraggio
e già si ruga la terra d’enorme timore.
Frugano le aurore gli aerogiri,
s’aggirano giaguari
con cimiero e gorgiera,
orde d’eroi in foia di morte
oltre le porte dall’arabo labaro.
Per durare l’ordura
– ardisco – non durerà:
urgerà alfin che rierga
un’augure tregua,
sconcezza incazzosa
per corsari inappagati.
Come grigi gregari,
i greggi riaggiogati
dei belligeranti
garruli inneggeranno
alla gloria dell’aquila aligera,
purgandosi la cainesca coscienza
senza curarsi di popolo alcuno.
Arguiscono però simili modi
la debolezza del Principe,
che pare un Ranger regnante.
L’oro nero – oplà – ora ricola
e ricolma il Falco che se lo scola.
Eppure il prezzo del puzzo
che nel pozzo fa gola
non sarà, temo, misero.
L’Emiro deriso e iroso
oserà forse ancora,
in serbo reggendo
un cespo di spore…

(Marzo 2003, all’indomani dell’invasione dell’Iraq da parte dell’esercito Usa.)

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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