Signori si chiude, non vedo che schiene sgualcite, scarpe che scalpicciano di fretta, nostalgie lungo il viale nel tramonto, motori che rumoreggiano, il fumo dagli scarichi, odore di bruciato, la scala dei pompieri appoggiata al balcone – saranno mica acrobati o tuffatori –, una cancellata in ferro battuto, i rami tra le inferriate, una donna che si dondola sul marciapiede – andiamo? –, non riesco a capire questi angoli di città che sanno di cantina e cool jazz, estraneo, è così che mi sento, lontano, molto Santo Bevitore e un po’ Kerouac, il cuore di ghiaia, stanco di asfalto e di pensieri che sono grovigli di binari, chissà che diavolo ho in corpo, sirene della polizia, colpi di clacson, la ruggine dei semafori, uno sbadiglio accidioso, malinconico esempio di quel nulla che ho da dire, le nuvole parcheggiate sui tetti, finestre che sbattono al vento, la luce si arriccia nella sera, aspetto le tue parole, chiamami, per favore, chiamami, sai che sono qui, che non vado mai via, e intanto guardo a testa all’ingiù il mondo capovolto, le stelle incollate alla terra che risalgono nel cielo, amore chiamami, ti prego, chiamami, fallo subito, adesso, adesso che mi manchi, mi manchi, mi manchi…







Rispondi