Giungo a Nazareth la sera del 27 dicembre 2004, direttamente dall'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. La costa asiatica mi ha accolto con un tramonto rosso intenso che si è incupito rapidamente in tenebra durante l'atterraggio. L'autista del bus, un palestinese quarantenne dal nome impronunciabile, parla poco: non una parola di troppo, neanche una utile. Però imparo immediatamente l'interpretazione locale della guida veloce: sorpassi in curva, dribbling stretti tra gli autocarri, un paio di passaggi con il semaforo rosso. Più avanti conoscerò anche la retromarcia in discesa, sul terreno sconnesso a ridosso di un precipizio su uno uadi. L'accompagnatrice italiana del gruppo di cui faccio parte tenta di sdrammatizzare, ma sul suo volto si legge la preoccupazione.
Circondata e protetta dalle colline, Nazareth oggi conta 60000 abitanti ed è la più grande città araba d’Israele. Nonostante ciò, rappresenta anche il luogo di partenza più logico per ogni pellegrinaggio in Terrasanta. Il Plaza Hotel si trova nella parte alta, Nazareth Illit, elegante insediamento costruito dagli ebrei per rafforzare la propria presenza. La strada sale a tornanti, la luna piena luccica il paesaggio di migliaia di abitazioni addossate le une alle altre. Breve cerimonia di benvenuto, una doccia in camera, e raggiungiamo il buffet che si presenta con una distesa ben rifornita di piatti tipici dall'aspetto invitante.
Alle cinque del mattino successivo vengo destato dalla voce lontana di un muezzin che invita i fedeli alla preghiera. L'effetto è straniante. Per chi è abituato ai rintocchi delle campane che provengono dalle chiese, sembra di essere finiti in un mondo senza punti di riferimento. Dopo una rapida scorribanda tra i tavoli per la prima colazione, raggiungiamo la Basilica dell'Annunciazione che sovrasta il panorama di tetti dalle tegole rosse e di minareti. Si tratta di una struttura moderna costruita su due livelli. La chiesa inferiore racchiude la grotta che secondo la tradizione fu l’abitazione di Maria, mentre quella superiore, decorata con opere provenienti da tutto il mondo, è coronata da una cupola da cui si diffonde la luce che rischiara l’interno. Nonostante i Francescani la tengano in gran considerazione, appare francamente brutta. Come, d’altra parte, tutti gli edifici religiosi del Vicino Oriente.
Con una certa calma usciamo sulla spianata antistante, dove è situato il complesso archeologico che comprende i resti dell’originario villaggio di Nazareth. Ora la luce è salita in cielo, la lieve foschia che aveva offuscato l'alba è svanita del tutto. Arrotolo le maniche della camicia, la giornata si fa serena e calda. Entriamo nel Museo Francescano, che conserva una colonna su cui è inciso il saluto “Salve Maria”, che risale ai primi anni del Cristianesimo. Quindi visitiamo la Basilica della Nutrizione, considerata la casa di Giuseppe, la quale racchiude un antico fonte battesimale.
La vita quotidiana prende a scorrere proprio mentre ci addentriamo per il suq. Aromi inconsueti colmano l’aria solleticando le narici e l’attenzione. Caffè profumato al cardamomo, spezie esotiche, pane appena sfornato, spremute di melograno e deliziosi dolcetti preparati all'istante. I commercianti palestinesi sorridono, i turisti stanno tornando: dopo anni di stenti si torna a fare affari. Pochi euro, qui, possono davvero dare un aiuto consistente ad un'economia allo stremo. D’altra parte, questa è la migliore opportunità per acquistare oggetti prodotti dagli artigiani locali. Sono manufatti in rame, icone dipinte a mano, e i classici presepi in legno. Passeggiando per la strada principale, si schiude uno scenario vivace e pieno di contrasti. Il traffico è intenso, caotico ma non rovente. Sui marciapiedi sconnessi la gente discute ad alta voce, ragazzi palestinesi animano le fermate degli autobus. È curioso notare che molte donne sono abbigliate alla maniera tradizionale, col capo coperto, ma la maggior parte delle ragazze tiene l’ombelico bene in vista. Questo dimostra bene la natura pluralistica della città, in cui Cristiani e Musulmani convivono senza grandi conflitti. Dalla via centrale si dipartono vicoli stretti in cui spenzolano pericolosamente giganteschi cavi dell’alta tensione. Ma di tanto in tanto si aprono cortili e giardini ben curati che offrono spazi di relativa tranquillità in mezzo al trambusto generale. Per terra noto una sporcizia diffusa, ma presto capirò che essa fa praticamente parte dell'arredo urbano del Vicino Oriente e finirò per non farci più caso. Sono solo un viandante, il mio compito è osservare e conoscere, senza formulare giudizi. Anzi, con il cuore aperto mi lascio sorprendere senza opporre difesa. I passi non pesano e la mente si abbandona a inedite suggestioni.
In questa terra, il crepuscolo dura pochissimo. Appena il sole si nasconde dietro le colline, il buio scende immediatamente a valle. Ed anche il confine tra guerra e pace si varca in un istante impercettibile. A Nazareth i razzi degli Hezbollah hanno ucciso due bambini arabi-israeliani che stavano giocando per strada. Solo da un paio d’anni erano tornati i pellegrini, con loro il lavoro e la prospettiva di un’esistenza più serena. Ora, questa follia sta ricacciando nella miseria un’intera comunità. Qui, in Galilea, come nel confinante Libano. Il tempo si è fatto drammaticamente breve.





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