Visione pomeridiana, fuga dalla realtà di tutti i giorni, il massimo della trasgressione. In programma c’è una rassegna sulla fantascienza degli anni ’50. Il film è Ultimatum alla terra, un classico che non mi stanco di rivedere. Poco dopo l’inizio della proiezione, noto nella fila davanti alla mia un signore (tipo anziano, calvo, occhiali, pancia) che si sta assopendo. Non ho nulla contro le persone che dormono al cinema: capisco che talvolta possa succedere, e poi non disturbano – a meno che non ronfino come orsi. Quest’uomo, però, attira subito la mia attenzione. Il suo collo pare abbia acquisito all'improvviso una vita autonoma e, di conseguenza, cerchi di liberarsi dal peso della testa. Dapprima le impone una serie di impressionanti oscillazioni, facendola ciondolare da tutte le parti; poi, con robuste contorsioni della muscolatura nucale, la rimbalza nella posizione di partenza. E via daccapo, in un capogiro continuo di contrazioni e rilasciamenti.
All’inizio trovo la faccenda piuttosto divertente, tanto che quasi mi scappa da ridere. Ben presto però si fa irritante, perché m’impedisce di seguire il film in santa pace come vorrei. Mi sposto allora sulla poltrona accanto, che per fortuna è libera, e riprendo posto. Ma quella testa animata continua a sbucare con spaventosa regolarità all’interno del mio campo visivo. Prima s’inclina paurosamente, spenzolando come disarticolata, poi viene risospinta all’indietro con forza dall’infaticabile collo. Sui titoli di coda, il tipo si ridesta di botto (sguardo trasognato, occhi lucidi, labbra che schioccano) e stiracchia gli arti intorpiditi tutto soddisfatto. Io, ovviamente, lo sono molto meno. Mentre esco dal cinema, mi torna alla mente una vecchia canzone di Finardi: extraterrestre, portami via…
(Luglio 2004)





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