Tra i favorevoli all’eutanasia in Italia, c’è anche un insospettabile. La Chiesa valdese, appartenente alla famiglia delle Chiese evangeliche e protestanti, la ritiene un’espressione di libertà dell’individuo. Due sono le argomentazioni di maggior rilievo: la prima si appella al rispetto per l’autonomia del paziente, la seconda estende il concetto di cura fino a includervi l’aiuto offerto a chi intende morire dignitosamente.

“Le maggiori controversie riguardano naturalmente l’eutanasia (attiva) e l’assistenza al suicidio. Di solito ci troviamo di fronte a persone che la medicina ha tenuto in vita per lunghi periodi, grazie a tecnologie sempre più complesse. Queste persone hanno consapevolmente accettato i trattamenti che il medico ha loro proposto: è comprensibile che gli possano chiedere, quando egli abbia chiaramente spiegato che la medicina non è più in grado di controllare i sintomi, non solo di sospendere ogni altra inutile cura, ma di intervenire attivamente per accelerare la morte, in modo indolore e rapido. Quando siano rispettate le condizioni di libera scelta, non esiste alcun valido motivo per costringere una persona a prolungare una sofferenza che egli reputa inutile e disumana. L’opposizione della maggior parte dei medici, sulla base del loro dovere di fare tutto il possibile per mantenere in vita il malato, a praticare l’eutanasia, andrebbe riconsiderata alla luce di un concetto di medicina che comprende anche l’imperativo di evitare inutili sofferenze. Coloro che praticano la medicina hanno il dovere di applicare nel modo più completo ed efficiente le conoscenze e le tecnologie a disposizione. Occorre tenere sempre presente che simili strumenti non sono fini a se stessi, ma sono da utilizzare nell’ottica di una cura globale del paziente inteso come totalità della persona e pertanto essi possono essere impiegati per abbreviare sofferenze non altrimenti eliminabili.

[…] Uno degli argomenti ricorrenti contro l’eutanasia e il suicidio assistito è quello della sacralità e intangibilità della vita. È certamente vero che la vita rappresenta il valore supremo che va rispettato e salvaguardato come tale. Tuttavia è lecito chiedersi che cosa s’intende esattamente e correntemente per vita. Esiste una condizione biologica, rappresentata dall’insieme delle funzioni biochimiche cellulari, dalla riproduzione cellulare, dal funzionamento dei vari organi. Queste funzioni, seppure con complessità crescente dagli organismi unicellulari fino ai primati e al genere umano, sono fondamentalmente simili in tutti gli esseri viventi. Ciò che distingue la vita umana è l’insieme delle esperienze, delle relazioni con le altre persone, delle gioie, dei dolori e delle sofferenze, delle speranze nel futuro, delle attese, degli sforzi per rendere degna e umana la vita. In altri termini, è necessario distinguere la vita biologica dalla vita biografica: quando la vita biografica cessa, come nel caso di uno stato vegetativo persistente, oppure divenga intollerabile, come nelle malattie terminali, deve essere presa in considerazione l’eventualità di porre termine alla vita biologica. L’introduzione nella prassi medica e nella legislazione di una qualche forma di liceità dell’eutanasia e del suicidio assistito suscita il timore di uno scivolamento verso altre forme di accelerazione della morte anche in persone inconsapevoli o non consenzienti. La società potrebbe incamminarsi su un pericoloso "pendio scivoloso" (slippery slope), al termine del quale potremmo accettare di sopprimere legalmente anziani, disabili, disadattati.

[…] L’evoluzione delle norme sull’eutanasia in Olanda costituisce un esempio di come un contesto culturale particolarmente attento agli interessi di tutte le componenti sociali (la gran maggioranza dei cittadini dei Paesi Bassi da tempo si è dichiarata favorevole alla depenalizzazione dell’eutanasia) e una posizione aperta e non dogmatica della professione medica possono consentire di raggiungere su questioni drammatiche delle soluzioni accettabili. È pur vero che sono segnalati circa 1.000 casi l’anno di eutanasia su pazienti che non avevano espressamente indicato la loro volontà in tal senso; essi devono certamente preoccupare e far riflettere, ma il fatto che si conoscano i termini del problema consente di intervenire per ridurli e se possibile eliminarli. Essi non stanno comunque ad indicare che l’Olanda si sia incamminata su un pendio scivoloso: possiamo, infatti, supporre che casi del genere si verificassero ben prima che la nuova normativa fosse accettata e che una pratica simile esista anche nei Paesi nei quali l’eutanasia non è accettata. L’eutanasia e il suicidio assistito, praticati in un contesto di precise regole e di controlli validi, ma non vessatori, nei confronti tanto del paziente quanto del medico, costituiscono un’espressione di libertà dell’individuo nel momento in cui egli giudica che la medicina non sia più in grado di migliorare il suo stato e che l’esistenza, ulteriormente prolungata, sarebbe intollerabile. È opportuno sottolineare come, in definitiva, solo l’essere umano pienamente cosciente sia in grado di decidere se la propria vita sia ancora degna di essere vissuta; donne e uomini sono responsabili delle loro vite e delle loro scelte e nessuno, medico, istituzione religiosa o società, può in ultima analisi imporre l’obbedienza a valori non condivisi”.

I Valdesi non temono che la depenalizzazione dell’eutanasia comporti rischi incontrollabili per la società, che la situazione possa cioè sfuggire di mano. Invitano però ad assumere un atteggiamento prudente. “Tenendo conto di tutto quanto detto in precedenza, una ponderata depenalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito non implicano necessariamente rischi incontrollabili per la società; conseguentemente dovremmo evitare di esprimere la nostra opinione in conformità a principi astratti e valori nei quali non tutti i cittadini di un paese sono tenuti a riconoscersi. L’espressione di libertà implicita nella richiesta di eutanasia presuppone una completa e adeguata informazione e discussione fra medico e paziente sullo stato della malattia e sulle prospettive di vita e di morte, sempre che il paziente desideri essere informato fino in fondo sulle proprie condizioni. […] Certamente l’esperienza degli altri paesi e in particolare dell’Olanda, che ha depenalizzato l’eutanasia, deve essere studiata e trasferita in altre realtà sociali con estrema cautela. Riteniamo tuttavia che anche per l’Italia sia giunto il momento di affrontare la questione e di iniziare un cammino anche legislativo che stimoli la discussione tanto nell’opinione pubblica quanto nell’ambito dei medici, delle professioni sanitarie e delle chiese”. Seguono alcune interessanti considerazioni etiche e pastorali che distinguono la posizione valdese da quella cattolica. “Se l’etica medica può motivare e giustificare la sua azione sulla base di valutazioni antropologiche generali, è possibile motivare e giustificare questa stessa azione da un punto di vista pastorale? Quali argomenti possono essere addotti, in un’ottica etico-pastorale, per confutare o accettare la domanda del malato grave e la disponibilità del medico al suicidio assistito? A queste domande non è facile dare risposte esaurienti. Probabilmente non esistono risposte esaurienti, né per chi intende motivare la scelta per l’eutanasia attiva, né per chi intende confutarla. […] Ciò che può permettere di dire di sì alla richiesta di un malato grave di interrompere la sua vita può nascere soltanto da una profonda relazione con il suo stato di sofferenza e di dolore. L’accoglienza di una domanda di suicidio assistito può essere assunta da un accompagnamento pastorale che tiene aperta la dimensione di conflittualità che tale decisione implica, per il malato inguaribile, per il medico, per la figura pastorale, per i familiari. Una conflittualità che tuttavia non può sottrarsi all’insistenza della domanda e alla percezione del dolore e della sofferenza che esigono una risposta nel qui e ora. Non si tratta di cercare giustificazioni o legittimazioni all’azione che si compie per difendere il "diritto alla vita" di chi vuole poter morire. Si tratta piuttosto di prendere atto che non vi sono giustificazioni etiche e pastorali dirimenti per opporre un rifiuto di principio. Ciò a cui non si può sfuggire è la domanda che l’altro mi rivolge con insistenza e che io percepisco in tutta la sua gravità. Fino ad oggi, in ambito cristiano, a parte alcune eccezioni, è prevalso un giudizio negativo nei confronti dell’eutanasia attiva. Esso si fonda sulla Bibbia e soprattutto sulla morale cristiana, e si riassume nell’affermazione che Dio solo è colui che dà la vita e la può togliere, da cui l’affermazione dell’intangibilità o della "sacralità" della vita. Intervenire in questa relazione di vita e di morte vorrebbe dire "prendere il posto di Dio". Ma significa veramente sostituirsi a Dio accogliere la domanda di un malato grave che intende porre termine alla sua vita? Si sottrae a Dio una parte della sua signoria sul mondo e sulla vita accogliendo la richiesta di un malato grave di poter morire? O si mette in questione il potere acquisito dalla medicina moderna di mantenere in vita un corpo che produce dolore senza più poter accedere a un senso della vita? E ancora, dietro a quest’onnipotenza della medicina non si nasconde una difficoltà ad affrontare la propria morte? L’etica cristiana e la pastorale devono fornire delle risposte credibili di fronte alla sofferenza e al dolore, devono assumerli fino in fondo, senza divagare, senza proiettarli irresponsabilmente in una dimensione di autoredenzione. La sofferenza e il dolore non producono salvezza, sono dimensioni dell’esistenza umana da accettare, ma anche da combattere, in sé non hanno nulla di positivo”.

I Valdesi non assolvono solamente chi decide di porre fine alle proprie sofferenze e quindi all’esistenza, ma anche chi collabora. “Per quanto paradossale possa essere, in una tale situazione accogliere la domanda di morte significa accogliere la domanda della vita, accogliere il diritto di morire coscientemente la propria morte. Il medico che accoglie questa domanda del malato inguaribile l’accoglie all’interno di un lungo processo di cura e di relazioni. Il medico che si rende disponibile al suicidio assistito o all’eutanasia non commette un crimine, non viola alcuna legge divina, compie un gesto umano, di profondo rispetto, a difesa di quella vita che ha un nome e una storia di relazioni”.

(“L’eutanasia e il suicidio assistito”, a cura del Gruppo di Lavoro sui problemi etici posti dalla Scienza nominato dalla Tavola Valdese, Roma, 7 febbraio 1998. Il documento è stato pubblicato su Testi&Documenti del settimanale evangelico Riforma n. 16 del 17 aprile 1998. Ringrazio Dolores che me l’ha segnalato.)

19 responses to “Il sì della Chiesa valdese all’eutanasia”

  1. Avatar dragor
    dragor

    Caro Pim, allora il problema è risolto. Basta che i cattolici si convertano in massa al protestantesimo…
    dragor (journal intime)

  2. Avatar Gloria
    Gloria

    La questione è davvero complicata..
    Qui da noi non sarà mai possibile, la Chiesa lo impedisce. Un bacio

  3. Avatar Pim
    Pim

    Più semplicemente, caro Dragor, basterebbe che si smettesse di considerare l’eutanasia come una questione religiosa ma come un problema etico. La risposta deve scaturire dalla coscienza di ciascuno, non vincolata all’appartenenza ad un credo piuttosto che ad un altro. Personalmente, pur essendo cattolico, sono convinto che un medico debba aiutare il malato terminale a transitare dalla vita alla morte nel miglior modo possibile, evitandogli inutili sofferenze. Congedarsi dalla vita in maniera dignitosa è un diritto che deve essere garantito.

  4. Avatar Pim
    Pim

    Perlomeno sarà molto difficile, Gloria, nonostante l’opinione pubblica sia generalmente a favore. L’eutanasia è un argomento complesso, che riguarda il confine estremo della nostra esistenza, però in Italia viene purtroppo considerato un tabù tout court e rimosso rapidamente. Non credo che sia solo colpa della Chiesa cattolica, ma anche di certe logiche opportuniste di partito…

  5. Avatar Ave Massenz
    Ave Massenz

    Sono del parere che ogni individuo abbia l’opportunità di scelta, se vivere o vegetare. Penso che la vita debba essere vissuta pienamente pertanto sono favorevole all’eutanasia, quando la malattia diventa soltanto sofferenza senza alcuna opportunità di guarigione. Apprezzo molto la Chiesa Valdese, sempre pronta a migliorare la qualità della vita. Grazie per l’opportunità data. Ave Massenz

  6. Avatar Biz

    Ho comunque sempre l’impressione che i Valdesi giochino a fare “i moderni”.
    L’importante, nella questione, è analizzare la azione.
    Si può accettare l’eutanasia solo come assenza di azione (e a rigore non sarebbe eutanasia). Mi spiego.
    Tenere in vita artificialmente con macchine e cure una persona è una azione. Il paziente deve poter chiedere che questa azione cessi, ed essere aiutato con antidolorifici a sopportare il dolore.
    Ma ad esempio, nel caso di Terry Schiavio (in stato vegetativo, come una pianta) bastava alimentarla (non c’erano macchine), e i genitori erano ben disposti a farlo. Si stabilì il divieto di nutrirla, facendola morire sotto atroci sofferenze. Mostruoso.
    Sintetizzando, un conto è cessare le cure (cosa che non comporta azione), un conto è fare una azione volta alla soppressione di un individuo.
    Ora, è ovvio che ciascun individuo può scegliere di sopprimersi, ma non si può pretendere che questo atto sia sancito per legge che lo faccia un medico. Si può invece pretendere azioni di contenimento del dolore.

  7. Avatar noivaldesiforum

    Hai fatto benissimo a riportare sul tuo blog la posizione di una Chiesa diversa da quella cattolica, chiesa cattolica che sta già iniziando a fare la voce grossa. Nel mio blog sto anch’io discutendo dell’eutanasia. Ti aspetto

  8. Avatar noivaldesiforum

    Scusa, il link esatto è collegato a quest’ultimo commento.

  9. Avatar Silvia
    Silvia

    Biz, sono in disaccordo con quello che scrivi… Intanto non bisogna confondere l’eutanasia di una persona cerebralmente morta dal suicidio assistito: sono problemi logicamente differenti, assimilabili solo nel caso di testamento biologico che richieda l’eutanasia. Poi la Schiavo non è morta tra atroci sofferenze: se così fosse, vorrebbe dire che era in grado di capire e quindi è stato solo più pietoso intervenire. Perché poi una persona che vuole morire, ma non ha le forze e i mezzi per farlo da sé, non possa chiederlo ad un medico mi risulta quanto meno misterioso: nessuno obbliga il medico (può fare obiezione di coscienza) e l’intervento “costa” (anche in termini di sofferenze umane dei malati e dei loro cari) alla collettività incommensurabilmente meno che non mantenere in vita queste povere persone.
    Mi convinco sempre di più che chi è contrario all’eutanasia – in entrambe le sue accezioni – sia solo afflitto da una paura patologica della morte.

  10. Avatar dioamore
    dioamore

    Se voi siete favorevoli all’eutanasia, lo è anche Dio amore. Chi è il primo pronto a staccare la spina a Dio amore e a farlo morire per sempre? Chi tra di voi, Chiesa Valdese, è pronto a staccare la spina a Dio amore, morente e agonizzante e a farlo morire per sempre, si faccia avanti ! Io sono qui che aspetto !

  11. Avatar Biz

    Silvia, due cose rapide, ho poco tempo.
    1) La vicenda della Schiavio mi aveva incuriosito e l’avevo approfondita. La cosa orrenda della vicenda è che stava bene (come sta bene una pianta; scienziati hanno rilevato che anche i vegetali soffrono o stanno bene). Invece, toglierle il nutrimento e l’acqua ha significato una morte atroce, a detta di un autorevole medico (letto su articolo de La Stampa). Tutto questo perchè, su un piano di diritto di quello stato USA, il marito poteva decidere per lei.
    Se i radicali et similia queste cose le nascondono, non è colpa mia.
    2) Non credo che essere contrari ad un utilizzo disinvolto della eutanasia riveli paura della morte, niente affatto.
    Rivela invece il timore che si prenda a considerare la vita umana più che altro sotto il profilo commerciale-produttivo. Non sei produttivo? Costi? E allora crepa.
    Se noti, tutte le questioni bioetiche ruotano attorno a questo: chi promuove e chi si oppone alla riduzione all’economico della vita umana.

  12. Avatar Gustavo Rinaldi

    Elogicamente non corretto confondere il caso del signor Welby con l'eutanasia.
    Il caso di Welby riguarda semplicemente dell'accanimento terapeutico. Che forse a suo tempo il malato ha pure autorizzato. Resta il fatto che oggi in ogni caso ha diritto a chiedere di non essere curato e nessuno si oppone a cio'.
    Ma l'eutanasia con questa storia che c'entra? Non e' pretestuoso ed illogico tirarla in ballo?
    A troppa gente in Italia non interessa risolvere i problemi pratici della gente, ma interessa di piu' far guerre di religione (dove una religione e' pure l'agnosticismo dogmatico).
    Cerchiamo di risolvere i problemi della gente (uno sta male, perche
    riceve troppe cure, smettiamo di curarlo), invece di cercare guerrette per farci belli e vincere consensi, spesso fondati sulla non conoscenza delle situazioni e sui pregiudizi.

  13. Avatar Pim
    Pim

    Biz, sulla vicenda della Schiavo sono d’accordo con te: il prefisso “eu” di eutanasia suona qui persino grottesco. Ma dimostra come la questione vada disciplinata, limitata in maniera fine: quando il malato l’abbia liberamente richiesta, quando un’equipe medica ritenga che ci siano motivi fondati… Dobbiamo renderci conto che esistono situazioni insostenibili dal punto di vista umano, per cui non possiamo deresponsabilizzarci e lasciar fare alla natura, ma capire che un atto responsabile di pietà è necessario. La produttività non c’entra. Distinguere tra comportamenti attivi e passivi, come fai tu, è spesso arduo. Cessare una terapia può equivalere a sopprimere un individuo. Aumentando le dosi di analgesici narcotici, utili per contenere il dolore, si arriva a determinare depressione respiratoria e arresto cardiaco, quindi la morte. Il risultato è uguale in ogni caso.

  14. Avatar Pim
    Pim

    Scusa, dioamore, ma il Dio dei Valdesi è anche quello dei Cattolici oppure no? Non a caso, infatti, ho voluto illustrare la loro posizione: per dimostrare come l’eutanasia non sia un problema religioso ma etico.

  15. Avatar Pim
    Pim

    Caro Gustavo, l’accanimento terapeutico non va confuso con l’eutanasia, hai ragione: però rappresentano due questioni strettamente correlate da affrontare congiuntamente e con alto senso di responsabilità.

  16. Avatar Gustavo Rinaldi

    Considero una truffa che si utilizzi un caso di accanimento terapeutico per difendere l’eutanasia.
    Si porti un argomento chiaro, se lo si ha, ma non si faccia un polverone, usando la foto in prima pagina di Welby.
    La gente ha diritto di essere informata non presa per la colottola con paralogismi.

  17. Avatar Maverick61

    Il problema non è esclusivamente di etica individuale. Saremmo tutti d’accordo, penso, fatte le debite eccezioni. Nasce invece dal trasformare in legge un giudizio etico, non necessariamente di matrice religiosa, se non per il rispetto della persona e della vita che la Chiesa difende e deve poterlo fare liberamente. Se si trasforma in legge la linea che divide la vita dalla morte si stravolge l’essenza del diritto della persona. Avete mai assistito o visto un espianto di organi. La legge afferma che la morte celebrale è morte della persona. Dopo un espianto di fegato tu vedi ancora battere quel cuore, che l’istinto, la ragione, ogni cellula del tuo corpo ti dice, ti grida: è vivo! Può succedere che continui a pulsare anche per venti minuti. Poi pensi all’organo che ne salverà un’altra di vita, certo, ma è difficile da sopportare. È un’esperienza tremenda. Allora tutti questi discorsi con cui si può essere dialetticamente d’accordo, assumono un valore diverso. La dignità della persona vuol dire dignità nella morte, siamo d’accordo, ma se decidessimo per legge un decalogo sullo stato dell’arte della «vita buona», potrebbe anche succedere che un giorno si arrivi alla «rottamazione» prematura degli anziani, di coloro che pensiamo non abbiano più dignità di proseguire il cammino terreno. Aggiungi a questo che la spesa sanitaria è la voce che più pesa sui bilanci nazionali e la strada verso un futuro da incubo è aperta.

  18. Avatar Pim

    Il prelievo di organi è effettuato in caso di morte cerebrale da 12 ore e documentata dall’EEG piatto, ma la funzione cardiaca dev’essere conservata.
    Tornando all’eutanasia, è ovviamente necessaria una stretta regolamentazione, in modo che il consenso della persona sia inoppugnabile.

  19. Avatar Valerio
    Valerio

    Sono favorevole ad aborto e eutanasia ; quest’ultima nei limiti precisi imposti dall’interessato che deve averla richiesta in quelle condizioni .

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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