Da molto tempo la nostra cultura ha mestamente relegato ai propri margini il pensiero e le opere di PPP. Eppure la sua presenza, intensa e appassionata, ha avuto un posto di rilievo nelle vicende degli intellettuali italiani del Novecento: per il tentativo di restituire all’arte una funzione civile, per l’esplorazione tormentata delle tematiche dell’io (anche negli aspetti più narcisistici) e dell’eros (nell’esaltazione e nell’angoscia, sino al legame stretto con la morte). In tutti i suoi lavori (sia letterari, sia cinematografici) c’è la lucidità di un profeta che annunciò con largo anticipo – e con la consapevolezza di non poterlo evitare – ciò che stava per capitarci: la trasformazione antropologica del cittadino italiano in consumatore, l’omologazione culturale, lo sviluppo senza progresso…
Pasolini scelse la parte scomoda di chi non si limita a registrare i fenomeni del proprio tempo, ma da protagonista provocò e attaccò in prima persona. Per tale scopo utilizzò differenti forme di comunicazione, affiancando e quindi sostituendo alla poesia i giornali e il cinema. La sua tragica e oscura morte ci ha privato di un grande intellettuale che si era ritagliato un ruolo di alternativo, di eretico rispetto a qualsiasi forma di ortodossia. Ne ha accentuato le connotazioni di personaggio provocatorio, facendone (in positivo o in negativo) l’emblema di un’epoca e di un clima culturale. Ma non ha favorito la lettura critica della sua opera. La vita di Pasolini si è chiusa con una parola impossibile che ora più nessuno intende.







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