Giunti nei pressi della riva del fiume, si sedettero su una panchina all’ombra. Lei, bionda di capelli spettinati, pelle trasparente, camicia di seta bianca, profumo leggero di tè. Tra la gente di passaggio nel parco cercava di rintracciare il proprio sguardo sperso nella brezza. Sulle spalle lui pose una carezza, come per assicurarsi che non sparisse all’improvviso. Indovinava forse la traiettoria divergente che avevano preso i suoi pensieri? Lei distese sul volto un sorriso dissimulatore e rilasciò la nuca all’indietro, guardandolo da sotto in su. Gli voleva bene, come una quieta giornata d’autunno che trattiene il sole tra i rami, e veniva ricambiata con persuasiva intensità. Ma non sapeva spiegarsi dove e in quale momento si era spezzato quel filo delicato che li aveva uniti, i cui capi ora ciondolavano inerti dalle loro mani.
In fondo alla borsetta, intanto, il cellulare raccoglieva messaggi d’amore nei quali si chiudeva segreta la speranza di una possibile felicità. Da essa lei traeva il nutrimento necessario per rigenerare quotidianamente la fiducia nelle proprie forze, in un avvenire in cui riconoscersi. Si domandò allora per quanto sarebbe riuscita ad accettare che le due parti remote di sé rimanessero scisse. E quale giustificazione avrebbe trovato per quella che doveva necessariamente soccombere. D’istinto portò una mano sul cuore, affinché non si raffreddasse.
(Agosto 2006)





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