Si negò. Era la prima volta che lo faceva (da quanto si sentivano? Due anni, quasi due anni). Si sentiva a pezzi, l’angoscia l’aveva tenuto sveglio l’intera notte, ora preferiva chiudere gli occhi, perdersi nel sonno frammentato del pomeriggio. Non aveva voglia di niente, di niente, nemmeno della voce di lei, che pure amava intensamente. Era svuotato, come se qualcosa gli avesse risucchiato la vita e non ne rimanesse più nulla. Si accasciò sul letto. Non si reggeva letteralmente in piedi. Mise una mano aperta sul torace, a proteggerlo dal peso che gli gravava sopra. Strinse le palpebre a fessura, la luce gli dava noia. I rumori della strada, per quanto rari e attenuati, gli provocavano una fastidiosa cefalea – un cerchio, un’oppressione. Tremava. Ammise di stare davvero male, e, paradossalmente, questa consapevolezza gli diede sollievo per qualche istante. Soffriva, sì, di una tristezza tetra, che non rientrava in una normale condizione esistenziale. Era uno stato d’animo oscuro, terribile, di cui non aveva mai provato esperienza. Gli vennero in mente i giorni di gioiosa vitalità divisi con lei, al confronto sembrava gli si fosse afflosciato il cuore. La sua presenza avrebbe potuto confortarlo, però non ce la faceva, una morsa di gelo gli impediva di digitare quel numero. Eppure era lì per lui, solo per lui, ad aspettarlo. Se la immaginò seduta ad un tavolo, con il cellulare poggiato davanti, mentre attendeva uno squillo che quel giorno non ci sarebbe stato. Intuì la delusione, il dispiacere, ne provò pena. E poi ebbe paura, paura di non riuscire più a chiamarla, a dirle che la desiderava, che la voleva con sé – baciarla, ridere, fare l’amore. Che lei si alzasse e se ne andasse via, per sempre. Guardò l’ora. Aveva ancora del tempo. Invece non fece nulla. Alzò la testa e rimase immobile, rigido, ad osservare il vuoto.





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