9 dicembre 1980. Nuvolette di fiato nell’aria gelida del mattino, il sorriso azzurro di Sandy che apre il portone di casa, lo zaino in precario equilibrio su una spalla, il cinquantasei preso di corsa al capolinea, la vetrine addobbate sotto i portici di via Po, il profumo della pizza appena sfornata. Sui gradini del Gioberti c’è Fabrizio, ha un’espressione più sfatta del solito. Appena mi vede, si avvicina gesticolando. Oh, hanno sparato a John. Subito penso a John Kennedy e lo guardo tra l’ironico e il perplesso. Ma che dici, Fabri, sei fuso?, e faccio per entrare. Hanno ammazzato Lennon, insiste lui. Ma vai, va’. Intanto, però, un filo sottilissimo d’inquietudine scivola stretto nel petto. Mi volto. Non dirai mica sul serio. Giuro, l’ho sentito alla radio, è stato un pazzo… Sarà meglio che Mauro non lo sappia, altrimenti gli prende un colpo. Troppo tardi. Mauro è lì che ci aspetta per le scale, la faccia stravolta, i brufoli in fiamme. Oh, avete sentito? Sì, hanno… Dio santo, Dio santo…
Dissimulo, come sempre. Eppure, ancora incredulo, non riesco a riavermi dallo stupore. Proprio ieri sera ascoltavo Just Like Starting Over, il ritorno dopo anni di silenzio. Io ero per Paul, per la sua musicalità istintiva, facile, rassicurante. L’impudenza di John intimidiva la mia adolescenza di ragazzo ordinario e quieto, ma intimamente ammiravo quel talento affilato. Durante le canoniche cinque ore di lezione metto su a mente tutta la sua discografia. The dream is over, what can I say? Ad un tratto il sogno era proprio finito. I Beatles erano diventati all’improvviso note trascritte su un altro spartito, in un altro tempo.
Stamattina, davanti allo specchio, ragiono su tutti quegli anni che sono trascorsi. Cosa è successo nel frattempo, cosa mi rimane di allora. Con il lucido disincanto che apparteneva a John, e ora alla mia età, accenno a mezza voce: the dream is over, what can I say?





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