La strada che da Tiberiade conduce a Gerico scorre parallela lungo il confine di filo spinato con la Giordania. La valle che stiamo percorrendo è una delle più profonde depressioni della crosta terrestre. Ai lati della carreggiata, qualche cartello indica che siamo sotto il livello del mare. Il paesaggio desertico è di una bellezza scabra, severa. A destra s’innalzano aspri rilievi di roccia vulcanica interrotti da brevi pianure. A sinistra corre la fossa del Giordano, una stretta frattura dai versanti ripidi scavati dall’erosione, in cui il fiume scende dal lago di Genesaret sino al mar Morto. Ad un certo momento, l’autobus svolta verso l’interno e prende la strada che sale a Gerusalemme.
La guida che accompagna il gruppo di cui faccio parte, ci comunica che la situazione a Gerico appare tranquilla e avremo la possibilità di visitarla brevemente. In ogni caso torneremo tra qualche giorno, quando ci recheremo al monastero della Quarantena sulle alture che dominano la valle. La questione della denominazione della zona in cui ci troviamo è delicata. Ma, ho iniziato a capirlo nei due giorni trascorsi a Nazareth, qui non c’è niente di scontato. Il termine Cisgiordania fu coniato dagli inglesi nel secolo scorso e fa riferimento alla sponda occidentale del Giordano. Lo Stato d’Israele strappò questa terra alla Giordania durante la guerra del 1967, tuttavia non la annetté, ponendola invece sotto amministrazione militare. Geograficamente qui siamo in Giudea: il nome implica un giudizio politico, in quanto si rifà alla storia ebraica. Non piace dunque ai palestinesi, i quali parlano invece di Palestina tout-court (in effetti anch’io preferisco usare questa parola così antica e bella). Dopo gli accordi di Oslo del 1994 l’esercito di Gerusalemme si è ritirato dalle città palestinesi, ora amministrate dall’Anp, tuttavia persiste la denominazione di Territori Occupati. In pratica, non si capisce mai dove ci si trova. Le cartine geografiche israeliane non considerano, per legge, i confini stabiliti dall’Onu. E il limite tra le aree sotto giurisdizione palestinese e le terre israeliane non è quasi mai segnalato. L’unica cosa certa, qui, sono i check-point.
La guida adesso parlotta in inglese con il conducente palestinese dell’autobus. Stiamo per arrivare al posto di blocco, ci dice: consegnatemi i passaporti, rimanete tranquilli e seduti. Dal finestrino osservo una lunga serie di dissuasori in cemento che, restringendo la carreggiata, la suddividono in due o tre corridoi. Tutt’intorno, muri e reticolati circondano un posto di polizia dentro il quale intravedo soldati armati e camionette blindate. Oltrepassiamo una lunga teoria di automobili ferme in coda e un certo numero di persone a piedi che ci guardano perplesse. Evidentemente i pellegrini hanno un accesso privilegiato, e infatti mi pareva di aver sentito qualcosa al riguardo. Prendiamo quindi per un centinaio di metri la via dei campi, piena di buche e dossi, costeggiando la strada principale. Infine ci fermiamo davanti ad un gabbiotto, da cui escono alcuni militari israeliani. L’autista apre le porte e a bordo salgono due soldati, i quali, con fare deciso, cominciano a porgli una serie di domande in ebraico. Poi si rivolgono alla nostra accompagnatrice, e in inglese le chiedono chi siamo, da dove veniamo, quale percorso abbiamo intenzione di seguire. Lei risponde che siamo italiani, siamo arrivati a Tel Aviv tre giorni fa, abbiamo alloggiato a Nazareth e ora siamo attesi a Gerusalemme. Più tardi, ci dirà che la nostra presenza era già segnalata e di noi sapevano tutto: in Israele le procedure di controllo sono continue e rigide, al limite dell’ossessione. Mentre uno dei militari dà un rapido controllo ai passaporti, l’altro ci scruta attentamente. Noto con stupore che è appena un ragazzo, avrà sì e no vent’anni, a tracolla porta un fucile a pompa. “Goodnight. Happy new year”, saluta con un mezzo sorriso, ma ha l’aria di chi non scherza. Poi avanza a lunghi passi, verifica con l’arma che nessuno si sia nascosto tra i sedili vuoti, e discende dall’uscita posteriore. Tutto a posto, possiamo andare.
A queste latitudini il crepuscolo dura pochissimo, si fa buio in un attimo. Quando entriamo in Gerico sono da poco passate le cinque eppure sembra già notte fonda. L’oasi di Gerico stende un verde tappeto in mezzo all’arido deserto di Giuda, fino alle sponde del mar Morto. La ricchezza di acque e la fertilità della terra spiegano il nome ebraico di “città delle palme”. Secondo un'altra etimologia, Yericho significa invece “città della luna”, che, in effetti, splende nel cielo limpido, enorme, bianca come neve. Per via del clima mite, tra palmizi verdeggianti e giardini fioriti, qui era solita svernare l’aristocrazia israeliana. La prima impressione che suscita adesso Gerico è quella di una città fantasma. Per le strade non c’è letteralmente nessuno, a parte qualche incauto ciclista che rischia di farsi investire dall’autobus. Dal finestrino scorgo una quantità di fabbricati mai terminati che occhieggiano come gusci vuoti ai lati del viale principale. Entrando nella città non si vedono che negozi chiusi, insegne cadenti, bar semideserti. La desolazione scende anche nel mio cuore. Eppure questa doveva diventare la capitale amministrativa dello Stato palestinese, nell’attesa di un eventuale trasferimento a Gerusalemme. Dopo il trattato di Oslo, qui era tutto un brulicare di attività: si costruivano case, edifici pubblici, si aprivano esercizi commerciali, si preparavano strutture più adeguate per i turisti. Era insomma un momento di frenetica fiorente euforia, il sogno pareva davvero a portata di mano. L’atmosfera pacifica e festosa del Giubileo, inoltre, pareva aver attenuato molte tensioni di carattere religioso. Poi vi fu la passeggiata provocatoria di Sharon sulla spianata delle moschee (pochi metri, giusto per ribadire la sovranità israeliana) che di fatto scatenò la seconda Intifada. Da allora un’escalation di violenza, di attentati e di ritorsioni ha bloccato tutto.
Ci fermiamo davanti alla moschea che Arafat solitamente frequentava. Il muezzin sta richiamando i fedeli alla preghiera rituale, mentre dalla chiesa francescana posta sull’altro lato della strada riecheggiano inni sacri. In vista delle imminenti elezioni, vedo appesi sui muri manifesti che inneggiano a questo o a quel leader. Quelli per Abu Maazen sono numerosissimi. Con una certa sorpresa, invece, non ne scorgo nessuno che raffiguri il leader storico da poco scomparso. La sensazione, confermata nei giorni successivi, è che buona parte dei palestinesi abbia semplicemente rimosso il ricordo di Arafat. Mentre da noi si discute ancora sul ruolo che ebbe nella lotta per l’indipendenza della Palestina, qui non se ne parla praticamente più. E chi ne parla lo fa con animosità, riferendo di speranze disattese e di fiducia tradita. Attribuisco la cosa al temperamento incostante tipico degli orientali, per cui comportamenti che a noi europei appaiono ambigui, se non incoerenti, costituiscono la norma. D’altro canto, si sa come cambiano le fortune dei politici, anche dalle nostre parti. Mi rendo tuttavia conto dei limiti impressionanti della nostra civiltà, miope e ottusa, sempre in ritardo nel cogliere la realtà del mondo che cambia continuamente. Il termine globalizzazione non è altro che un modo diverso di nominare la vecchia mentalità colonialista da cui non riusciamo ad affrancarci.
Ci avviamo verso un grosso supermarket dove gli autisti sono soliti condurre quei pochi pellegrini che, in questo periodo, si prendono la briga di venire a Gerico. Il movimento turistico, diretto soprattutto verso i luoghi santi, ha risentito pesantemente della situazione politica che è andata precipitando. Dal 2000 in avanti, qui non si è più visto nessuno. Non solo a Gerico, ma pure a Betlemme, a Gerusalemme, e in tutta la Giudea. E l’economia di questa terra, che vive in buona parte di turismo, ne ha risentito in maniera drammatica. I palestinesi non muoiono di fame perché gli aiuti internazionali sono massicci (l’Australia invia riso, la Danimarca latte), ma non hanno lavoro. Ho visto gruppi di disoccupati vagare per le vie di Betlemme con le mani in mano, lo sguardo smarrito nel vuoto. Oppure distesi sotto gli ulivi nei pressi dei check-point, avviliti, respinti perché privi di permessi. Spesso, non resta che andarsene. Molti vengono ospitati nei territori confinanti in qualità di rifugiati. Ma coloro che ne hanno la possibilità emigrano lontano, disperdendosi tra Medio Oriente, Europa e America Latina. In questa diaspora invisibile, un intero popolo sta inesorabilmente scomparendo.
Il supermarket contiene di tutto, dai generi alimentari agli articoli regalo. Su ogni oggetto esposto è depositato uno strato compatto di polvere che la dice lunga. Il proprietario ci accoglie tra mille convenevoli, consegnandoci dei cestini di plastica con l’evidente speranza che vengano riempiti. L’atmosfera è quella di un’allegra sagra paesana, in cui predominano la confusione e la concitazione. In mezzo al vociare si intavolano contrattazioni che i commessi sostengono con la tipica furbizia levantina. Quasi tutti compriamo qualcosa. Perché ci fa piacere, ma anche per dare un segno di solidarietà a questa popolazione che ne ha davvero bisogno. Io prendo una spremuta preparata con le arance di qua, Giulia si procura frutta secca e spezie, altri acquistano oggetti prodotti dagli artigiani locali. C’è pure chi fa un giro sul cammello nell’ampio piazzale davanti al negozio. Prima della partenza, il proprietario ci viene incontro offrendo banane, datteri e dolcetti. È visibilmente soddisfatto, perciò, come consuetudine da queste parti, rende onore ai propri clienti. Mentre usciamo da Gerico, la guida mi dice che quest’uomo ha fatto oggi il guadagno di un mese. Sono sinceramente contento per lui e per la sua famiglia. Ma il primo autentico impatto con la realtà palestinese mi ha scosso e lasciato turbato. Con lo sguardo che vaga pensoso fuori del finestrino, sperso nell’oscurità, mi domando quale destino attende questa povera gente. E al soldato che al check-point sale nuovamente sull’autobus, stavolta non riservo neppure un’occhiata.
(29 Dicembre 2004)







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