La lampada da tavolo emanava una luce monastica. Da qualunque parte egli la spostasse, si faceva ombra con la mano. Il pc produceva un rumore sordo, come di basso continuo, il programma antivirus gli chiedeva insistentemente l’attivazione. Emise un sospiro. Anche gli oggetti congiuravano contro di lui. Cosa che gli accadeva di rado, si sentiva nervoso. E inquieto. Forse più inquieto che nervoso. Una sottile agitazione gli trafiggeva l’anima fino a farla sanguinare di bile nera. Se ne accorgeva perché sulla tastiera continuava a digitare due lettere per volta producendo neologismi senza senso. Mormorava e correggeva, correggeva e mormorava.
Sabato sera, da solo. Con trentotto di febbre. L’aveva implorata di non rinunciare alla cena con gli amici, non tanto per questione d’altruismo (vabbè, sì, anche) quanto per starsene un po’ per gli affari propri. La cosa migliore del matrimonio è quando tua moglie non c’è. Bella frase, doveva appuntarsela – se non l’aveva già fatto. Scrivere gli migliorava l’umore, non la tosse che persisteva ad accessi convulsi. Devo prendere la bacampicillina, si ricordò. Nel videoregistratore lo attendeva un film di Scorsese, ma non aveva la testa per concentrarsi sulla visione. Il cuore gli smottava dentro. Guardò di traverso il telefono. Potrebbe almeno dirmi se è arrivata o no. Proprio vero, mai aspettarsi niente da nessuno. E poi il peso di certi rapporti finisce solitamente per gravare sulla serenità che dovrebbero donare. L’inquietudine stava ora vincendo sull’irritazione di un paio d’incollature. Stirò le braccia, distese la schiena.
A questo punto dovrebbe succedere qualcosa, rifletté. Ne leggeva spesso di racconti così. Viaggi, fughe, storie disperate, sesso estremo, personaggi misteriosi, comportamenti stravaganti. E lui a cercare di decifrare il messaggio, a cogliere chiavi di lettura. Insisteva a voler capire, a far domande. Mica per il gusto di psicoanalizzare. Più che altro, allo scopo di raccogliere nella vita degli altri qualche segno di sé. Invece si arenava su risposte evasive, gettate via con noncuranza. Massì, alla fine che importa. Stasera aveva voglia di un racconto inerte, che non andasse da nessuna parte, in cui non succedesse nulla. Forse era la febbre. Si toccò la fronte con il palmo della mano. O forse era stufo di troppe ciance, lasciate cadere a vanvera sulle rotaie del tram. Aveva voglia di parole che fossero essenziali e incantevoli. E magari di qualcuno che gliele rammentasse.
Si ricordò di una specie di filastrocca che aveva scritto molti anni prima. Che ridicolo sciupìo tutto questo brulichìo d’inoffensive parolette messe poi tra virgolette! La verità era che si accorgeva di aver finito tutta quanta l’immaginazione. Si sentiva vuoto come un bicchiere, ma pieno di rughe come un vecchio. Pensò di spegnere tutto, di andare a dormire, in modo da non pensare più. Si rese conto però che avrebbe sognato, e forse sarebbe stato peggio. Guardò l’ora. Considerò tristemente che stava perdendo tempo, quindi smise di scrivere. Adesso non gli rimaneva che il silenzio.
(18 dicembre 2004)







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