Di silenzi ne conosceva tanti. C’era il silenzio di chi sta ad ascoltare con attenzione e quello di chi soffre senza riuscire a emettere voce. Il silenzio estatico di gioia e quello imbarazzato in cui non si sa cosa dire. Il silenzio inquietante della notte e quello tranquillo dei campi, il silenzio religioso di un chiostro e quello pesante negli ospedali. Di fronte al silenzio della gente adottava un metodo infallibile. Stava zitto anche lui, in rispettosa attesa che il blocco si rimuovesse, le emozioni rinvenissero adagio sulle labbra. Poi prendeva per mano i fiotti isolati di parole e le incanalava paziente verso un senso compiuto che finiva per riemergere liberamente. Non si era però ancora del tutto abituato a quell’impaccio ingombrante che le persone portano con sé, alla fatica di dover sopportare quel ronzio di fondo che emette il nulla. A dire il vero, lo metteva a disagio sino a provocargli fastidio. Gli pareva di rimaner lì a perdere tempo, pur sapendo che il silenzio conta spesso più di mille chiacchiere che irrompono a caso.
Ma stavolta era diverso. Quello che adesso stava avvertendo era un silenzio denso, vischioso, tenace. Uno strato di pece nera sembrava essergli colata dentro le orecchie. Credeva persino di inalarlo, acre, cattivo. Come se la testa avesse preso fuoco – si disse. E il cuore là sotto fosse rimasto avvolto dal fumo. Lo agguantò alla gola un senso di soffocamento. Cercò di tossire forte, per scuotere le incrostazioni che si erano depositate nel torace. Gli uscì un rantolo strozzato. Un pensiero terribile affiorò allora dal nulla: era stato lasciato solo, a bruciare vivo. All’improvviso si accorse di non sentire più i rumori del mondo.





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