Histoires et d'autres histoiresNormandia, costa settentrionale del Cotentin. Lasciamo Cherbourg intorno alle nove del mattino, mentre una nebbia spessa risale dall’oceano e avvolge completamente la città. Giulia controlla sulla cartina stradale il tragitto odierno, io guido attento alla ricerca di indicazioni rivelatrici. La strada costiera ci porta in direzione nord-ovest verso l’estrema punta della penisola, laddove Cap de la Hague s’inabissa nella Manica. Dopo una mezzora di saliscendi giungiamo a Querqueville, piccolo porto di pescatori di cui la guida del Touring cita la cappella preromanica di Saint-Germain. Il sole sta finalmente bucando la coltre caliginosa. Le pareti intonacate dell’interno rivelano chiazze odorose di muffa alternate ai resti di qualche affresco. Niente di che. Affisso a un banco, però, notiamo un biglietto su cui sta scritto che la tomba di Prévert si trova nel cimitero di Omonville. Ci guardiamo negli occhi, sorpresi. Strano. Nessun manuale turistico ne fa cenno, e nemmeno a Cherbourg abbiamo avuto informazioni al riguardo.

Dopo pochi minuti siamo a Omonville-la-Petite, minuscolo centro agricolo abbarbicato su un’altura tra ulivi e vigneti. Da quassù non si vede neppure il mare. Un delizioso venticello mitiga la temperatura che si sta rapidamente alzando. Seguiamo una segnalazione seminascosta da un muretto e arriviamo infine alla casa che appartenne al poeta. Qui lasciamo l’auto e ci avviciniamo a piedi. È una villetta in pietra costruita nello stile rustico del luogo, con le imposte di legno e un giardino cintato da una bassa staccionata. Tutt’intorno razzolano galline provenienti da una vicina fattoria, mentre robusti muggiti scuotono l’aria indolente. Piena campagna normanna.

A poche centinaia di metri c’è una chiesina con uno snello campanile e, di lato, un piccolo camposanto. Percorriamo un breve tratto del vialetto e, alla nostra sinistra, scorgiamo una lapide di semplicissima foggia. Jacques Prévert. Février 1900 – Avril 1977. Nient’altro. Sulla tomba cresce un cespuglio di fiori rossi selvatici che spandono un buon profumo. Prendo la fotocamera tra le mani cercando la giusta inquadratura, ma vengo immediatamente circondato da un nugolo di calabroni. Allora capisco. Capisco che, dopo aver trascorso una vita intera a dare carne alle parole, un poeta ha il diritto di chiedere un po’ di silenzio intorno a sé. Scatto in fretta la fotografia e mi allontano.

(Agosto 2000)

9 responses to “Histoires et d’autres histoires”

  1. Avatar Giulia

    I poeti non hanno mai amato il rumore e le luci della ribalta. Ce ne fossero tanti, questo mondo ha veramente bisogno di più poesia. Ciao Giulia

  2. Avatar Betta
    Betta

    Atmosfera suggestiva, bei momenti vissuti che si ricordano volentieri.
    Ciao Pim

  3. Avatar dragor

    Un’atmosfera da sogno e una splendida foto. Ma… gli ulivi in Normandia? E i vigneti? Per caso si credono la Côte d’Azur? :))
    dragor (journal intime)

  4. Avatar Pim

    Hai ragione, Giulia. Penso a Luzi, a Sanguineti, a Meneghello…

  5. Avatar Pim

    Ciao Betta, grazie per la visita.

  6. Avatar montgolfier

    Non dire io, in quel momento. se c’è una traccia, è dentro gli altri. Se non l’hai lasciata, non è con una frase che puoi rimediare. Per questo apprezzo la pulizia e la semplicità di questa cosa.

  7. Avatar Pim

    … Però alcuni formaggi a pasta morbida (penso al Camembert o al Pont-l’Evêque) sono straordinari…
    Visto che è l’ora: buon appetito, Dragor.

  8. Avatar anecòico

    La penultima frase è pienamente “pimmesca”. Ottimo!

  9. Avatar Pim

    “Pimmesco” è molto carino. Grazie Anecòico.

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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