È più utile terminare la giornata con il cinema o con un’ora di pilates? Arduo – e non irrisorio – interrogativo di uno sportivo attivo appassionato della settima arte. La ginnastica ipertrofizza la massa muscolare scheletrica, elasticizza i movimenti, tonifica l’apparato cardiovascolare. Tuttavia la palestra costituisce solo un surrogato dell’attività fisica all’aperto, come il pane in cassetta è un ripiego del pane appena sfornato. Un buon film aiuta spalancare le imposte della mente, a fare un giro d’orizzonte, a lanciare mille sguardi, a ricevere altrettanti feedback emozionali. Costringe a ridestarsi dal sonno della ragione, scrollando anche i neuroni più indolenti.
Come giustificare però quel paio di chili in sovrappeso che, tutti insieme, hanno fissato appuntamento nella zona addominale? Lo sport, nel compimento del gesto atletico, è una forma d’arte da cui si possono trarre notevoli suggestioni poetiche. L’agonismo esasperato invece inaridisce l’ispirazione del talento ed esalta l’aspirazione al successo. Alla stessa maniera accade che il cinema contemporaneo, nell’ignorare la necessità di una scala di valori estetici, punti a monetizzare lo spettacolo abbassandone la qualità. Così va a finire che Tempi moderni ci appaia più fresco e attuale di una qualunque Vacanza alle Bahamas. E faccia più ridere, poiché le gag chapliniane rappresentano un compendio della comicità muta e l’archetipo di molto cinema dei decenni successivi.
Mi piacerebbe che il buon gusto fosse un sentimento condiviso da tutti: invece ciascuno ne possiede uno personale, non di rado poco coltivato e nutrito male. Il relativismo culturale dei nostri giorni non rivaluta infatti soltanto Salò, ma anche Massimo Boldi. Non tiro in ballo l’ignoranza, perché siamo tutti ignoranti e io per primo. Ma l’ipocrisia di chi si occupa di cinema – quindi di cultura e per estensione di politica –, l’aridità di chi non è più curioso di nulla, la maleducazione di chi non spreca un attimo del proprio tempo per capire se un film è ben fatto oppure no.







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