La_ragazza La ragazza è giovane. Ha negli occhi l’indeterminatezza del domani che le si stende davanti come una piazza deserta. Si è lasciata prendere, senza dire una parola, senza fare resistenza. Si è lasciata andare, come se non aspettasse altro. Mentre sul pavimento di legno la penetravo, avvolta nella sua mantella bianca, miagolava come una gatta. Neppure io mi sono levato la giacca da dosso. È successo così, all’improvviso, prima ancora di farmene un’idea. Forse anch’io non aspettavo altro. Altro che lei.

È stata la ragazza a condurmi in questo appartamento. Io ci sono venuto presumendo che sarebbe potuto capitare qualcosa. Non avevo del tutto chiare le sue intenzioni. Era una possibilità tra le tante. E si è realizzata. In fondo, che ne so io di lei. Forse l’ha chiesto in prestito per qualche ora ad un’amica. Oppure l’ha affittato per farsi gli affari propri. Di sicuro c’è che non è suo. Nulla dell’arredamento richiama la sua personalità. Tappeti, divani, tende, cineserie, quadri, cristalli. Eleganza altoborghese che non appartiene ai suoi modi spicci. Assolutamente. Fatto sta che adesso sono qui. Almeno per il momento. E capisco pure che il momento sarà breve. La provvisorietà della mia presenza appare inequivocabile. È come se me l’avesse detto, come se io avessi risposto che mi stava bene così.

Le persiane sono abbassate per metà, ma troppa luce inonda i nostri corpi stesi in terra. Sarebbe stato opportuno fare più penombra. Non c’entra la seminudità sfatta in cui ci troviamo. Non mi va di nascondere il naturale imbarazzo che prende due estranei che hanno appena scopato. E neppure di ascoltare quelle sciocchezze che vorrebbero colmare il disagio di non appartenersi. Meglio prenderne atto senza ipocrisia. Niente domande, nessuna risposta, spiegazioni che sarebbero solo menzogne. Perché cercare disperatamente un senso in ciò che non ne ha.

Ascolto il suo respiro confondersi col mio. Anche lei, è evidente, prova il medesimo turbamento. C’è una paradossale sintonia che riduce la distanza nella quale ci siamo reciprocamente confinati. Quasi in silenzio, senza guardarci, decidiamo di sprofondarci un'altra volta l’uno dentro l’altro. E lasciamo che il pomeriggio anneghi in questa molle stanchezza che attutisce i pensieri.

8 risposte a “La ragazza”

  1. Avatar Fino

    La foto che accompagna il tuo bel post mi ha fatto tornare indietro nel tempo, al 1973 quando andai a vedere “Ultimo tango a Parigi”.
    Quante traversie ha avuto quel film.
    Buona serata, Fino

  2. Avatar francesca

    se questa storia avesse un seguito… vorrei conoscerlo.
    belissimo post

  3. Avatar Antonio Cracas

    Fossi un regista sarei tentato di ricreare questo racconto, anche se non sarei certo di poter rappresentare cio’ che hai espresso con delle “semplici” parole: pur utilizzando una macchina da presa e due bravi attori.
    Antonio

  4. Avatar Prishilla

    E’ molto bello l’uso del presente in un racconto come questo. Crea paradossalmente una specie di asincronia che tiene insieme l’istinto e la riflessione, come un musicale guardarsi da fuori, che gli da una bellezza particolare.
    Buona giornata Pim,
    Prish

  5. Avatar irenespagnuolo

    Uhm…splendido racconto. Avvolgente e respingente nello stesso tempo. Come se leggessimo qualcosa che ci piace mentre ci chiediamo cosa possa mai piacerci in quel qualcosa…
    Sul filo della realtà, scivolando nella fantasia, meditando sui confini di una e dell’altra.
    Ottimo, Pim.
    Irene

  6. Avatar Patricia Soda

    E’ incredibile come tu riesca a rendere sublimi anche attimi tanto comuni della vita delle persone…

  7. Avatar sarin

    Forse ci si immedesima così bene in questo splendido post – dal lessico semplice e immediato ma estremamente evocativo – perchè, in un modo o nell’altro, a tutti è capitata questa sensazione di lancianante distanza dopo un improvviso e complice abbandono totale.
    E non sempre si era seminudi.

  8. Avatar Pim

    Non c’è storia più vera di una storia immaginata…
    Vi ringrazio per averla apprezzata.
    🙂

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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