Luciana

Le gocce. Ho dimenticato di prendere le gocce. Luciana affonda la mano sinistra nella borsa e ne estrae alcune caramelle, un fazzoletto spiegazzato, un pettine. Dove ho messo la boccetta, dove l’ho messa. Alle dita le si attorciglia la corona del rosario. La osserva con attenzione. Prego perché il derby dobbiamo vincerlo, non c’è santo. Luciana è un’accanita tifosa juventina, trascorre le domeniche davanti al televisore senza perdersi una trasmissione sportiva. Il calcio è la sua unica occupazione. D’altro canto in un’Opera Pia non c’è molto da fare, a parte ammalarsi o peggio morire. L’anno di B l’ha vissuto come una silenziosa via crucis, appena qualche lamentazione espressa con lo sguardo rivolto all’insù. Ora ha recuperato la vis polemica dei tempi belli in cui era il campo a dire l’ultima parola. Dopo svariati tentativi le gocce saltano finalmente fuori, insieme ad alcuni elastici e la custodia degli occhiali. È incredibile quanto sia disordinata quella donna. Nessuno mi viene mai a trovare, nessuno. E io chi sono, vorrei ribattere. Ma porto pazienza, come sempre. Eh già, ti capisco. L’odore di chiuso ristagna nella stanza impregnandola di una sensazione di vita che si è fermata. Rabbrividisco. Oltre questi muri spessi e umidi non c’è domani. C’è la fine di ogni cosa, e dopo la fine il nulla.

(In memoria)

4 responses to “Luciana”

  1. Avatar Rosa
    Rosa

    un brano struggente. complimenti.

  2. Avatar Pim

    Grazie Rosa, buona giornata.

  3. Avatar luigi

    Certo è durissima una prospettiva così. E’ òa circostanza in cui occorrerebbe più forza d’animo ed è ilmomento di maggior debolezza. E nessuno può farci nulla, neppure chi cerca di essere d’aiuto.
    luigi

  4. Avatar Pim

    Ho fatto attività di volontariato in un’Opera Pia per una decina d’anni, Luigi. Al di là del trattamento cui gli anziani sono sottoposti o dello stato di salute, colpisce il fatto che quella è la loro ultima dimora. Non rimane che vivere un tempo indefinito, pressoché immobile, svuotato di prospettive, disabitato da affetti. L’angoscia che ne ricavavo era spesso insopportabile.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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