Il fachiro accovacciato a gambe incrociate ora osservava la folla intorno che, attirata dal suo volto apparentemente sereno, si stupiva che non manifestasse dolore. Anzi, alcuni erano addirittura certi che si sentisse a proprio agio su quel letto di chiodi acuminati. <>, commentava qualcuno atteggiandosi ad esperto. Ed altri: <>. Per tutti, insomma, era un uomo che aveva raggiunto la pace interiore e, immobile nella sua posizione, tendeva l’anima alla perfezione soprannaturale. Un essere che aveva saputo purificare i propri istinti sublimandoli.
In realtà, sia pure senza darlo a vedere, il fachiro soffriva tremendamente. Con gli occhi sbarrati percepiva i chiodi, vecchi spunzoni arrugginiti, conficcarsi sempre più a fondo sotto la pelle rinsecchita dei polpacci. Il torace incavato per il male e le privazioni si sollevava e si abbassava in modo quasi impercettibile, tanto che la gente pensava che non respirasse nemmeno. <>. Solo un bimbo dall’espressione perplessa ad un certo momento esclamò rivolgendosi alla mamma: <>. Fu però subito zittito e ricacciato indietro. Non bisognava rovinare lo spettacolo con certe idiozie da incompetenti, e inoltre il silenzio favoriva la meditazione di quel fenomeno.
Il fachiro invece avrebbe voluto gridare a pieni polmoni e scacciare tutti. Quella tortura gli aveva procurato la fama, la soddisfazione di essere finalmente considerato, anche lui, un vero uomo. Ma il talento e il coraggio necessari per affrontare una simile prova erano stati scambiati per semplice incoscienza da istrione. Non più carne ed ossa che sfidavano le leggi naturali ma uno spavaldo esibizionista che si compiaceva del proprio stato, come se addirittura ne traesse godimento. <>, bisbigliò una signora grassa alla vicina. E qualcuno stava persino sospettando che ci fosse sotto un trucco.
Il fachiro aveva smesso intanto di ascoltare. Una nebbia sottile gli stava calando lentamente nel cervello. Ora cominciava a credere di poter volare via, sopra quelle teste incredule, di innalzarsi in un immenso cielo azzurro. Non gli importava ormai più nulla della sofferenza, diventata atroce, insopportabile. Trasportato da una brezza primaverile faceva ampie capriole, mentre abbaglianti luci multicolori ruotavano da ogni parte.
Era libero, finalmente. Libero.
Ma non dal suo letto di chiodi.
(Prima stesura settembre 1984)








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