Piera

Negli ospedali non mi perdo mai. Non ho bisogno dell’ufficio informazioni, le indicazioni sono superflue. Come un rabdomante trovo subito il corridoio giusto, prendo le scale, arrivo al piano. Stasera provo solo un senso di triste rassegnazione, la coscienza del ruolo arduo che devo sostenere. E il passo rallenta, a ritardare un incontro, una visita che fatico ad accettare qui, tra questi muri bianchi tappezzati di avvisi.
Il reparto è pressoché deserto. I pazienti che potevano lasciare l’ospedale hanno beneficiato di un permesso per trascorrere il fine settimana con i parenti. Sono andati via anche quelli che si vedono passeggiare spingendo l’asta metallica con tre ruotine e il flacone della flebo. Restano gli altri. I terminali. A letto, semiseduti, con qualche cuscino sotto il capo, appesi a tubicini di plastica che scaricano nelle vene soluzioni nutritive, antibiotici, sangue. Hanno lo sguardo sperso nel vuoto per gli antidolorifici, i capelli rasati dopo la chemioterapia. Come per una tacita intesa, nessuno pronuncia la parola. I più coraggiosi parlano di brutto male. Il cancro è ancora la malattia che non perdona. Lo stesso personale, medico e paramedico, qualifica il reparto come Secondo Piano.
Piera volge lo sguardo verso di me attraverso la porta della camera. Intuisce la sorpresa nel vederla con la maschera per l’ossigeno e dice qualcosa che fingo d’intendere. “Non ti affaticare”, le raccomando. Il mio sguardo cade sul monitor che sta sul comodino. “Come ti sembra”, chiede con tono ansioso, “Posso stare tranquilla?”. La rassicuro con un sorriso, sperando che non le giunga il turbamento. Perché so come sono i malati. Lo sono stato anch’io. Indagano i volti delle persone alla ricerca della minima espressione discordante, sanno scovare nelle più minuscole smorfie gli indizi della loro reale condizione. Io avverto i suoi occhi azzurro pallido conficcarsi dentro i miei, e mi sforzo di ricambiare come se non avessi nulla da nascondere. “Non mi aspettavo questo regresso”, mormora con un filo di voce. “Nei giorni scorsi stavo abbastanza bene, poi all’improvviso questo versamento pleurico”. “Hai molto catarro”, rispondo, “Probabilmente anche la febbre”. Annuisce: “Sto facendo degli antibiotici, oltre a tutti gli altri farmaci”. Cerco di convincerla: “Non ti preoccupare, fa parte delle complicazioni del periodo postoperatorio…”.
Fuori dalla finestra l’area d’atterraggio per gli elicotteri, poi l’ampio viale trafficato e, oltre il fiume, le ville immerse nel verde della collina. Raffiche di vento schiaffeggiano gocce di pioggia contro i vetri. L’aria condizionata raffredda il sudore sotto la camicia, accentuando la mia penosa sensazione di vulnerabilità. Penso alla gente che da qualche parte si sta godendo le ferie, a quelli che si lamentano per il ventre troppo pieno o per il cuore troppo vuoto.
“Di notte non dormo”, continua Piera riprendendosi da un breve torpore. Respira con fatica, contraendo visibilmente l’addome. Ha il braccio destro gonfio, forse a causa delle flebo. Per il resto dà l’impressione di essersi raggrinzita. “Sai, mi prende l’angoscia… Mi hanno detto che faranno della morfina. Spero di poter riposare almeno qualche ora”. “Anche se in ospedale è difficile”, commento senza convinzione. Riconosco quell’angoscia di cui parla. L’Io non può accettare l’idea della propria fine, di non esserci più. Perciò è tanto spaventosa. La punta estrema di una sensazione divorante, indicibile. Si manifesta nel cuore della notte, quando i meccanismi di protezione messi in atto durante il giorno si allentano. Credevo di essermene liberato per sempre, invece l’avevo soltanto rimossa. Afferro la sponda del letto per non cadere.
Un’infermiera dai modi efficienti comunica la fine dell’orario di visita. Tornerò presto, prometto. Sulla soglia mi volto ancora un istante e sollevo il braccio in un tentativo di saluto. Non voglio pensare che potrebbe essere l’ultima volta. Non lo deve neppure lei.
Uscendo dall’ospedale mi sento impregnato di dolore e, confesso, quasi sollevato per aver posto termine a quel carico di tristezza. Ho voglia di piangere, di appoggiare la testa sulla spalla di qualcuno e lasciarmi finalmente andare. Serro invece le mascelle, come se non volessi permettermelo, almeno fino al posteggio dove ho lasciato l’auto.
Torno a casa pensando che è difficile aiutare gli altri, avere un cuore capace di prendersi cura di chi soffre. Soprattutto se ciò significa lottare anche contro i propri fantasmi, che rimangono là nel buio ad aspettare. Ma se la morte è un’esperienza sempre straziante, forse lo è meno se ci si offre di tenere la mano a chi la sta fronteggiando.

(Per un crudele incrocio del destino, ieri sera Piera è mancata proprio mentre stavo terminando questo brano. Aveva 47 anni. Lascia un figlio adolescente e un dolore penetrante nel cuore di chi le ha voluto bene.)

11 risposte a “Piera”

  1. Avatar sara

    La cosa più difficile è adattarare il viso ad un espressione tranquillizzante, mentre dentro il terrore di stringe. E riuscire a sorridere e a dire: “Va tutto bene, hanno detto che stanno lavorando per capire, faranno degli altri esami, non sanno ancora bene, oggi va meglio”.

  2. Avatar Prishilla

    Quali parole potrei mai trovare per commentare questo post? solo il mio piccolo silenzio raccolto.
    E poi aggiungo come un sassolino anche il mio fantasma, di qualcuno che con gli occhi mi diceva “non mentirmi, lo so. dimmi solo che mi vuoi bene e che sei qui con me.”
    Un abbraccio, Prish

  3. Avatar zia elena

    Ha ragione Prishilla, di fronte ad un post così si può solo rimanere in silenzio.
    Un abbraccio.
    Zia Elena

  4. Avatar giac

    a un certo punto io ho finito le balle. mi sentivo convincente come un venditore provetto. entravo nella testa del personaggio sicuro di sé. qualcosa di molto simile a ciò che immagino fare agli attori molto bravi. alla fine quasi ci credi, è questione di allenamento. poi, un giorno, ho finito le balle. non sapevo più cosa inventare. ero bravissimo: prendevo il verosimile e lo eleggevo a certezza assoluta. prendevo l’improbabile e lo trasformavo in quasi certo, il probabile diventava remotamente possibile, e così via. il tutto avendo a ricezione delle mie parole una mente lucida e informatissima. quindi dovevo tenere una condotta semiprofessionale. a un certo punto mi esprimevo con un linguaggio medico che sono sicuro non tutti i medici padroneggiano. poi ho finito le balle. un giorno non usciva più niente. “vedrai”, dicevo, “che tutto si aggiusterà”. non credo mia madre abbia mai creduto a una sola parola di quello che dicevo come fosse une certezza rivelata, ma penso apprezzasse gli sforzi. infatti sorrideva un po’, per il tempo in cui le parlavo.
    a volte penso che l’importante sia esserci, e che le parole non servano, e nemmeno i sorrisi o gli sguardi.

  5. Avatar marziana
    marziana

    Ciao Piera

  6. Avatar bourbaki

    va tutto più o meno bene, con tanti di quei benedettissimi problemi, fino a quando a un certo punto un argine invisibile si rompe e il corpo si riempie di veleno. tropppe volte la notte scende in fretta, le stelle si spengono, mentre per altri è ancora giorno. ed è in questo sballatissimo fuso orario delle vita che si perde tutto.
    bourbaki

  7. Avatar irenespagnuolo

    Ecco il dramma di chi si consuma e quello di chi è lì appiccicato al dolore, divorato dall’impotenza, dalla rabbia, dalla tristezza. Tutti inadeguati a quel passaggio tra vita e morte che ci trova nudi, fragili, spaesati.
    Pim, ti arrivi solo il mio abbraccio. Lo stesso che forse ha accompagnato Piera con questo tuo post.
    Irene

  8. Avatar Pim

    Vi ringrazio di cuore per le parole di commento che avete lasciato. Sono l’espressione di una vicinanza e di una partecipazione che sento reale e sincera.
    Un abbraccio.
    Pim

  9. Avatar luisa
    luisa

    Quando mia madre si ricoverava per le chemio, era estate, io guardavo fuori dalla finestra dell’ospedale e pensavo a cosa più o meno stavo facendo quello stesso giorno l’anno prima,quando una situazione del genere non sfiorava nemmeno la mia mente: o stavo scrivendo la tesi o ero al mare o stavo festeggiando la mia laurea. Però tenevo duro, pensando che, si, stavamo passando un momento difficile ma che ce l’ avremmo fatta. Questa estate invece al mare mi capitava a volte di pensare all’ospedale, ci sarei voluta ritornare per curare ancora mia madre. Ci sarei ritornata all’infinito, anche se quel posto lo odiavo, purchè lei fosse ancora con me, ma lei non c’era più. E poi mi capitava ancora di pensare alle persone che incontravo in ospedale, che come mia madre erano li per curarsi, mi chiedevo per loro com’è andata . Ma in fondo non lo volevo sapere, avevo paura dei sentimenti che avrei provato nel conoscere la loro sorte. Ora cerco di non pensarci, cerco di vivere il presente, come mi ha consigliato di fare, una volta, Irene. In fondo anche Marco mi ha detto che lo spettacolo continua ed è così. Per la verità non pensavo che mi sarei collegata più a questo blog, ma oggi mentre ero seduta al computer l’ho fatto. Ho ancora bisogno di parlare di questo male, del mio dolore, che nel tempo cambia ma che è sempre uguale. Pim ti comprendo e mi ritrovo nelle tue pagine. Luisa

  10. Avatar luisa
    luisa

    “l’importante è che ci siamo voluti bene” questo ha risposto mi mia madre a mia zia, che la mattina scendeva giù da noi per sapere se aveva riposato, negli ultimi giorni non riusciva sempre a doremire,e quando una mattina mia zia le disse:<< L’importante è che hai riposato>>, cercando di sdrammatizzare, mia madre le rispose così. Mia madre è una persona meravigliosa!

  11. Avatar Pim

    Comprendo il tuo dolore, Luisa: il fatto che tu riesca a comunicarlo è un buon modo per evitare di esserne sopraffatta. Se vuoi, puoi scrivermi privatamente oppure continuare a farmi visita nel blog.
    Un abbraccio.
    Pim

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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