Il grande Antonio De Curtis!
Eh… caro Pim, gli Antonio, modestamente… direbbe l’amato Totò.
🙂
Ma, a parte gli scherzi, credo che la paura d’essere dimenticati sia, come peso psicologico, equiparabile alla paura di morire: l’una è conseguente all’altra.
Ciao Pim.
Antonio
Ehm…altro che un post mi hai ispirato un racconto intero!
Ti spiegherò 🙂
Irene
Non so dire. Forse più che timore di essere dimenticati, come fatto in sé, vale il timore di non avere ciò che consegue all’essere noti e famosi.
luigi
Antonio:
Hai ragione, esiste una relazione tra le due cose. Essere dimenticati, nel cuore e nei pensieri degli altri, equivale ad essere morti.
Irene:
Stuzzichi la mia curiosità… 🙂
Luigi:
Totò si riferiva alla propria professione, quella di attore. La mia invece era una considerazione di carattere generale: che cosa rimane di noi nelle persone che abbiamo perduto? La paura nasce dal fatto che parole e gesti possano essere svaniti insieme alla presenza fisica, che siano stati vani, forse inutili…
e in questo spazio virtuale che frequentiamo, che cosa lasceremo? tra uno, due, cinque anni, ci sarà ancora qualcuno che si ricorderà di noi?
Scusa Pim, se mi permetto di scrivere nel tuo spazio a Rosy, ma il suo commento mi ha stimolato:
Cara Rosy,
se ho abbandonato Facebook (condivisibile o meno le mie motivazioni), e non questa comunità, è perché nel leggere i contenuti di questa piccola società virtuale sento d’arricchirmi. E questo loro contributo li renderà, per me, indimenticabili.
Ciao Rosy.
È una bella risposta che faccio mia, Antonio. Grazie.
Essere dimenticati, non è poi cosi grave. Godiamo delle cose e delle persone finché ci sono. In ogni caso, qualcosa rimane sempre. Dentro di noi.
Pero’, quanta modestia in questa affermazione…
Lodevole.
Buona giornata
Vero, Patricia. Bisogna saper essere consapevoli della felicità quando essa si presenta; quindi conservarne nel cuore e nella memoria il profumo, il sapore, il colore. E mantenere viva la certezza che si ripresenterà ancora.
Bentornata. Un abbraccio.
Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.
(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)
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