P1000608Il minareto della Grande Moschea
di Aleppo (Al-Jamaa al-Kebir) si innalzava per quarantasette metri e cinque piani, era decorato
con archi ciechi, aveva una galleria per il muezzin coperta da un baldacchino
di legno pregiato. Costruito nel 1090, era sopravvissuto a guerre e terremoti
mantenendo intatto l’aspetto originale. Caratteristica ben visibile la
pendenza, maggiore persino della Torre di Pisa. Le immagini della sua
recente distruzione sotto i colpi, probabilmente accidentali, dell’artiglieria
siriana mi hanno fatto male. L’avevo fotografato in un pomeriggio cocente di
agosto, abbagliato dai riflessi del pavimento in marmo bianco e nero del
cortile, affascinato dall’antico splendore di Aleppo. La Porta di Antiochia, l’imponente cittadella medioevale, il Museo
Nazionale ricco di testimonianze, il Grande Suq, gli hammam, i meravigliosi
palazzi… Nella mia memoria voglio declinare quel viaggio di allora al tempo
presente.

3 responses to “Il minareto della Grande Moschea di Aleppo”

  1. Avatar Tesea
    Tesea

    E’ una grossa perdita che tocca noi tutti.
    Tesea

  2. Avatar Pim

    Questa distruzione mi ha provocato dolore perché l’ho intesa come un attacco mortale alla bellezza, alla creatività umana. Quindi alle nostre radici.
    Ciao Tesea, grazie.
    Pim

  3. Avatar Alex

    Deve essere qualcosa davvero straziante, vedere la gente che hai conosciuta morire sotto le bombe, i luoghi frequentati, una volta, distrutti…Da noi, la Siria è completamente offuscata dai media. Un buco nero. Non avevo letto niente a proposito di questo crollo…
    Alex

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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