L’etichetta vuole che non si debba mai chiedere l’età a una donna – tanto tenderebbe a glissare, se non a mentire. A dire il vero pure io, superati i quaranta, ho rimosso la questione: salvo che non sia costretto con la forza, fingo amnesie improvvise o sparo cifre a caso. L’età psicologica è comunque ferma a quella di un bambino intorno ai sette anni – di una volta, oggi i bambini sono più svegli.
("Quanti anni ho? Quanti me ne dai tu". Questa potrebbe essere una buona risposta.)
La mia risposta è sempre dipende. Nell’arco della giornata posso avere sette anni – ad esempio quando mi stropiccio gli occhi e penzolo le gambe dallo sgabello la mattina a colazione, posso averne quindici quando controllo cinquemilavolte il cellulare per vedere se un certo messaggio è arrivato, ventotto quando la dita corrono sulla tastiera dietro ad un’idea e settantadue quando ascolto per l’ennesima volta le stesse stantie ragioni….dipende…. adesso ne ho 17 e scrivo bigliettini invece di guardare la lavagna! 😉
“Quanti me ne dai” funziona come diversivo fuorviante di cui però non posso più abusare, perché lo scarto tra età supposta e reale si sta riducendo. Proverò anch’io con il sistema dei multipli e sottomultipli, ma non dirò mai a qualcuno che potrebbe essere mio figlio – al massimo nipote, ecco…
Grazie Badev, buona giornata.
Pim
Il concetto di flessibilità applicato all’età funziona meglio – e convince di più – che nel mercato del lavoro. L’idea di vederti armeggiare di nascosto sul pc mi diverte molto e corrisponde all’ immagine che da sempre ho di te… 🙂
Pim
Oppure si può dire che sono un tot di anni che uno ha quarant’anni (per fare un esempio).
Oppure si può dire la verità, sperando che lasci sbalorditi!
A me ne danno sempre di meno, per ora, speriamo che duri…
A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.
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