Sogno #20151101-02Piazza antistante alla cattedrale di Notre-Dame gremita di gente. Il Coro Francesco Veniero ha terminato il primo brano in programma e io salgo sul grande palco posto davanti all’ingresso. Come ai tempi in cui presentavo i concerti, mi accingo a introdurre il secondo quando vedo mamma farmi ampi gesti. Non capisco, resto con il microfono a mezz’aria. Lei mi passa un foglio di giornale, evidentemente devo leggere un articolo. È scritto in francese, non so perché ma devo tradurlo all’impronta in italiano. Con qualche esitazione comincio: si tratta della storia di un soldato della Prima guerra mondiale, ferito, che si reca a Notre-Dame… Cosa c’entra questa faccenda con il concerto, considero tra me e me: vabbè, continuo. C’è anche qualcosa che riguarda il generale De Gaulle, improvviso qualche commento senza sapere di cosa sto parlando mentre le mie perplessità aumentano. Dove vuole andare a parare questa roba? Smetto allora di cazzeggiare e mi rivolgo direttamente al pubblico che intravedo numerosissimo: << Non ci interessa comunque tanto la vicenda di questo soldato francese >> (e figuriamoci a me) << quanto il prossimo brano che ora vado a introdurvi >>. Guardo di nuovo mamma e lei mi sventola un pezzo di carta che reca a caratteri cubitali la scritta “Assisi. Gli Arredi Pasquali”. << Ci apprestiamo dunque ad ascoltare un brano che il Coro ha già proposto nella basilica superiore di Assisi: Gli Arredi Pasquali >>. Che poi gli Arredi sarebbero Festivi, ma a questo punto non me ne frega più niente, scendo velocemente, cerco mamma tra i soprani e le dico con tono rassegnato: << Devo solo più mettermi a fare le capriole sul palco, poi in questi anni ho fatto di tutto >>.

2 risposte a “Sogno #02/11/2015”

  1. Avatar Virginia
    Virginia

    La vera autenticità non sta nell’essere come si è, ma nel riuscire a somigliare il più possibile al sogno che si ha di se stessi. (Tutto su mia madre)

  2. Avatar Pim

    O viceversa.

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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