Paolo  Gressoney La Trinité  agosto 1966Non ho mai voluto essere come mio padre. Questa convinzione è maturata gradualmente in me sin da bambino come una disposizione istintiva, non come frutto di una scelta razionale. Avvertivo nei suoi confronti una sensazione di non appartenenza – di più: di estraneità respingente, a volte sgradevole, persino irritante. Si accompagnava ad essa un oscuro senso di colpa, come se il responsabile di questa lontananza emotiva fossi io, portatore inconsapevole di un peccato originale, di una mancanza primigenia. La verità era un’altra, risiedeva nella sua incapacità di provare e produrre affetto, ma io non potevo comprenderla. Avevo appena quattro o cinque anni e stavo ricevendo un’educazione ispirata ai tradizionali principi cattolici dell’obbedienza. Se papà mi ordinava di fare qualcosa era per il mio bene: anche se le sue pretese mi parevano eccessive, pretestuose, insensate (e francamente lo erano), avevo il dovere di obbedire come insegna il quarto comandamento.
Cercavo allora di rimediare alle mie piccole malefatte infantili dimostrandogli, con un comportamento sufficientemente disciplinato, il mio essere in qualche modo parte – se non degno – di lui.
Inutilmente. La mia natura aliena emergeva sempre.
Al suo autoritarismo sregolato, alle sfuriate irragionevoli, alle punizioni spesso immotivate, opponevo per lo più una resistenza passiva, ostinata, irremovibile: stringevo i pugni e serravo le labbra. Intuivo che il mio mutismo oppositivo disarmava la sua aggressività disordinata rendendola infine poca cosa. Mi sembrava di diventare una montagna di ghiaccio, fredda, immobile, insensibile alle intemperie, che percepivo peraltro effimere. Sapevo che di lì a poco sarei tornato il bambino che ero, il bambino di sempre, sorridente e fantasioso. Sapevo di non essere lui, che non sarei mai stato come lui. E ne ero segretamente felice.

4 risposte a “Mai come mio padre”

  1. Avatar Irene Spagnuolo

    Credo che questo post sia molto, molto importante per te. Forse sarà sempre doloroso ma un pensiero elaborato ed espresso è comunque sulla via della serenità possibile.
    Un abbraccio, Pim.

  2. Avatar Fiore
    Fiore

    In questo post rivivo la mia stessa situazione, con mia madre. Non sono e non sarò mai come lei e ne vado fiera. Ti capisco perfettamente, Pim

  3. Avatar Pim

    In questo post ho dato voce ai sentimenti del piccolo Pim, Irene. In essi non c’è dolore ma desiderio di capire, al di là dei risentimenti, e la comprensione porta con sé una serenità che altrimenti sarebbe impossibile. Mai come mio padre</i) significa una presa di coscienza e anche un lasciar andare per la propria strada qualcuno con cui poco ho avuto da spartire.
    Grazie per l’abbraccio, lo contraccambio 🙂
    P.

  4. Avatar Pim

    Sono situazioni purtroppo frequenti, che riguardano soprattutto la nostra generazione. Non ci devono rendere nevrotici: la comprensione è un buon modo per prenderne le misure e salvarci la psiche.
    Grazie Fiore.
    P.

Rispondi

Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

Gennaio 2018
L M M G V S D
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  

Scopri di più da SCRIVERE I RISVOLTI

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere