C'è stato un tempo in cui mi nutrivo del giudizio altrui come fosse pane quotidiano. Quand'ero bambino cercavo con applicazione meticolosa l'approvazione degli adulti e mi sentivo un fallito se non la ottenevo. Durante l'adolescenza imparai a mediare tra la ricerca di un'autonomia di pensiero e il bisogno necessario di ottenere valutazioni positive.
Raggiunta la maturità (perlomeno cronologica) mi sono via via distaccato da certi parametri arbitrari. Oggi come oggi, il giudizio degli altri conta per me solo relativamente e non lo cerco più con l'insistenza di un tempo. Se è buono mi fa piacere, come pare ovvio; se non lo è ci rifletto sopra e mi sforzo di capire le ragioni con serenità d'animo.
La disapprovazione espressa da gente che non stimo mi inorgoglisce assai. E penso che chi si arroga il diritto di giudicarmi in modo inflessibile, come fosse la sentenza di un tribunale, sia l’ultima persona che può permetterselo.








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