A volte mi chiedo perché sia così difficile accettare gli altri per quello che sono. Con le loro fragilità, le debolezze, le contraddizioni. Perché non riesco sempre a vedere il buono che mi offrono senza riconoscerne subito il valore, senza lasciarmi disturbare da ciò che non capisco o non condivido? Lo so: nessuno è perfetto, a cominciare da me. E allora perché pretendo dagli altri ciò che io stesso non riesco a essere?
Dovrei imparare ad accogliere i gesti gentili, le parole sincere, i piccoli doni anche se imperfetti. Dovrei saper accettare i difetti, considerare gli errori non come mancanze ma come parte del tutto. Dovrei cercare di comprendere, di rinunciare all’impulso di esprimere opinioni avventate, di sospendere il giudizio. Sarebbe un segno di maturità emotiva e di rispetto. Ma non è facile. Non sempre ci riesco.
Spesso mi prende l’insofferenza. Mi irrito per ciò che non mi spiego, reagisco male quando qualcosa mi disturba, mi illudo di essere nel giusto, mi chiudo. E ogni volta mi rendo esattamente conto che sto sbagliando. Che sto facendo torto a chi ho di fronte a me. È come se dimenticassi che dietro ogni gesto, ogni comportamento c’è una storia, una fatica, un bisogno inespresso. E allora mi sento ingiusto. Mi sento distante da quella versione di me che vorrei essere: più paziente, più aperto, più umano.
Forse è proprio questo il punto. Essere umani. Non perfetti, non impeccabili ma capaci di stare in relazione. Capaci di imparare a vedere l’altro con occhi meno severi, con una mente libera da pregiudizi e stereotipi. Cercando di essere più pazienti, più consapevoli di quanto sia complessa l’esistenza. Sì: forse dovrei iniziare da me stesso. Imparare a perdonarmi, a capirmi, per poter fare lo stesso con il mio prossimo.
(photo by Pim)








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