Venti anni di Scrivere i risvolti: detta così sembra una di quelle frasi da torta commemorativa con tanto di glassa, candeline e foto imbarazzante. In realtà è più semplice (e più strano): questo blog compie oggi vent’anni, che rappresentano un terzo della mia vita… Il che significa che ha resistito più di certe mode, di diversi governi, di molti allenatori di calcio e di un buon numero di convinzioni personali. Ma soprattutto ha dato spazio a pensieri buttati giù di fretta e a riflessioni meditate a puntino, alle buone idee del lunedì e ai ripensamenti del venerdì. Ha accolto incontri inattesi, entrati in punta di piedi, senza chiedere il permesso, è stato segnato da impronte leggere, a volte storte ma significative. E poi ci sono stati i silenzi, le omissioni, i vuoti di memoria, le assenze forzate. Ci sono stati i cambi di voce, le opinioni smentite, le frasi rilette anni dopo con un sorriso obliquo.
La scrittura, nel frattempo, ha fatto quello che sa fare meglio: mi ha allungato la vita. Meglio: me l’ha allargata. Non perché abbia reso le esperienze più intense, più belle o più vere, ma perché ha moltiplicato i piani dell’esistenza. In questo blog non ho raccontato solo fatti accaduti, ma anche quelli verosimili o del tutto immaginati. Ciò che sarebbe potuto succedere se avessi svoltato a destra invece che a sinistra, se avessi risposto di no, se me ne fossi andato via prima. In queste pagine scorre un traffico caotico di vite parallele, comunicanti, intercambiabili.
Il blog è un diario, sì, ma non un’autobiografia in senso stretto. Non è il resoconto ordinato dei fatti che mi capitano, condito di confessioni, riflessioni e fissazioni, bensì il magazzino mobile di ciò che mi interessa, mi incuriosisce, mi ossessiona. Un blog non è caratterizzato da un ordine chiuso, non si serra in una narrazione finita ma procede in modo additivo, per accumulazione, per stratificazioni successive. Include deviazioni improvvise, scarti imprevisti, cortocircuiti e lavori in corso. Più che raccontare me, il blog racconta il mondo così come mi passa ogni giorno davanti agli occhi (e talvolta mi urta).
Le autobiografie, del resto, funzionano solo quando accettano di essere finzione narrativa. Sono interessanti nella misura in cui mostrano fino a che punto l’autore abbia la faccia tosta di riscriversi la vita in una versione presentabile. Confessarsi significa mentire, parafrasando Kafka. Prima a sé stessi, poi – forse – a un pubblico che, nella maggior parte dei casi, potrebbe tranquillamente farne a meno. Se sei Churchill puoi permettertelo, altrimenti meglio lasciar perdere.
“Ma anche tu, in questo blog, stai scrivendo la tua biografia”, potrebbe obiettare qualcuno dei miei venticinque lettori. Non proprio. Semmai è la storia della vita di Paolo raccontata da Pim. O il contrario, a seconda dei giorni, dell’umore, delle circostanze. Ci pensavo qualche sera fa, prima di addormentarmi: se mai scrivessi davvero un’autobiografia, la aprirei così. Quel che leggerete nelle prossime duecento pagine è un cocktail di interpretazioni, in cui verità e menzogne sono mescolate (non agitate) fino a diventare indistinguibili. E a quel punto, finalmente, potrei dire di essere stato onesto.








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