Se potessi, vorrei dirti che non dimentico l’intimità di quelle nostre confidenze notturne: quei dialoghi sussurrati in un felice abbandono, le risate che scoppiavano improvvise, le frasi appena accennate e lasciate a metà. Gli sguardi facevano il resto, si cercavano febbrili nel buio, riconoscendosi prima ancora di vedersi.
C’era il tepore dei corpi, un’anatomia di spalle, braccia e ginocchia che si sfioravano senza chiedere permesso. Le mani si incontravano a tentoni, non per possedersi ma per verificare che fossimo davvero lì, in quella stanza estranea, dopo esserci così a lungo cercati. Il cuore non si può toccare e così esploravamo spudoratamente le pieghe, gli incavi, gli angoli, gli orifizi. Ci animava il ritmo lento ma urgente che scaturisce quando un uomo e una donna si scambiano la stessa temperatura.
Poi arrivavano i silenzi. Non quelli vuoti, che suscitano imbarazzo, ma le pause necessarie a metabolizzare le emozioni. Perché tutto non si può dire e nemmeno capire. Nell’oscurità ci si percepisce diversamente: i confini fisici si allentano, la vita là fuori smette di fare rumore e anche il dolore sembra avere una voce più gentile.
In quei momenti pensavo che nulla sarebbe andato perduto, che quel contatto avrebbe lasciato una traccia, un arrossamento persistente sotto la pelle. E, in effetti, nulla da allora è veramente passato. Sono sicuro che torneremo a ritrovarci, forse in un altro modo, con altri nomi e fisionomie. Ma a volte, quando certe notti assomigliano ancora a quelle notti, mi sembra di sentire un movimento nell’aria come se la magia stesse all’improvviso per ripetersi. Resto immobile, in ascolto, senza sapere se ricordo o se sto sognando momenti che non hanno mai smesso di accadere.
(photo by Pim)








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