Apprendere per sottrazione

Quando siamo bambini ci adoperiamo per individuare una figura di riferimento da cui prendere esempio, per diventare la persona che vorremmo essere. Secondo Bandura e i teorici dell’apprendimento sociale, impariamo come stare al mondo osservando il comportamento degli altri. I genitori costituiscono i modelli primari a disposizione, insieme ai parenti più stretti. Gli insegnanti e gli educatori diventano cruciali in un secondo tempo. Fratelli, sorelle e coetanei rappresentano modelli paritari. Proiettiamo dunque su alcune figure le nostre aspirazioni migliori e le sosteniamo con convinzione, come si difende una necessità più che una scelta vera e propria.

Poi si cresce. E, con una chiarezza che non lascia scampo, non di rado scopriamo di aver investito male il nostro tempo. La figura idealizzata si rivela tutt’altro che autorevole e, progressivamente, finisce per svalorizzarsi ai nostri occhi. Si riduce a ciò che è sempre stata nella realtà: una persona ordinaria, limitata, composta di qualche pregio e di molti difetti. La sua stoffa si dimostra inadeguata per soddisfare i nostri desideri e le nostre aspettative. È proprio in quella sconfortante normalità che si consuma il disinganno. Le qualità che avevamo colto si dissolvono in un mare di imperfezioni che la delusione fa diventare, a questo punto, salienti. Non è cambiata la persona, siamo cambiati noi. È cambiato il nostro sguardo che, passando gli anni, è diventato più selettivo, più esigente; è cambiato il nostro pensiero, che si è fatto naturalmente critico. Il giudizio non ricade solo su questa persona ma anche, e forse soprattutto, sulla nostra ingenuità infantile: per esserci fatti ispirare da un modello non all’altezza, per aver misurato qualità relative come se fossero proprietà assolute.

La delusione – o, meglio, la disillusione – non è transitoria: rappresenta un punto fermo che conclude un discorso, un percorso. Non apre prospettive, le chiude. Insegna i limiti, non le possibilità. Rivela che l’inganno non stava nell’oggetto ammirato ma nell’aver posato lo sguardo su di esso: l’inganno era in realtà un autoinganno, alimentato dal bisogno di farci ispirare da un modello di riferimento cui delegare orientamento e senso. I nostri occhi non vedevano la realtà posta davanti ad essi ma ciò che serviva vedere. Ed è la fallacia di quel bisogno che ora fa star male.

Da allora, l’unica lezione che possiamo trarre avviene per sottrazione. Non impariamo come essere, ma come non diventare. È un metodo grezzo, poco edificante, eppure a suo modo efficace: separa, esclude, scava una distanza. Sceverare il grano dall’oglio, dicevano gli antichi. È un’operazione tranciante ma necessaria quando ci si ritrova a decidere chi vogliamo davvero essere.

Diventare adulti significa accettare tale perdita senza attendere risarcimenti. Non arrivano nuovi modelli a colmare il vuoto lasciato: non ne vogliamo più. Resta una lucidità più dura, disincantata, priva di indulgenza, che non consola. L’identità non si fonda più sull’adesione a una guida ideale, ispiratrice, ma parte dalla rinuncia consapevole a seguire le orme di qualcuno che, una volta smascherata la sua inadeguatezza, non può più essere ritenuto credibile. Adesso siamo soli, soli con noi stessi.

È in quel momento critico che riconosciamo di essere l’origine dei nostri pensieri, delle parole che percepiamo, delle azioni che compiamo. È questa coscienza di noi in quanto soggetti attivi, e dunque responsabili, a renderci individui. Dicendo io, affermiamo non solo di esistere ma di percepirci come persone che hanno un valore in sé, nella propria singolarità. Quando si è bambini i modelli sono necessari perché cresciamo attraverso processi imitativi, ma poi bisogna staccarsi da questa fase per divenire l’io che siamo.

Conosci te stesso, esortava l’oracolo di Delfi: la prima condizione è scoprire chi propriamente siamo: le nostre capacità, le nostre potenzialità e insieme i limiti, le nostre virtù come le mancanze. L’identità è un processo di apprendimento che avviene inizialmente guardandoci dentro. Rappresenta una condizione da conquistare attraverso un percorso di identificazione nel mondo che ci circonda. Se riusciamo a far emergere ciò per cui siamo nati diventiamo davvero noi stessi, al di là delle figure di riferimento che abbiamo scelto, delle belle qualità che pensavamo di vedere in loro. È un percorso fatto anche di incontri per nulla esemplari e passa attraverso conflitti, disconoscimenti, differenziazioni e distacchi. Questo complicato processo di individuazione, descritto in maniera mirabile da Jung, può essere definito con una frase di Nietzsche che suona come una chiamata: diventa ciò che sei.

(photo: Pim, 24 febbraio 1969)

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Pim

A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault)

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