So che è già tardi. Lo stoppino è annegato nella cera lasciandoci al buio. Oltre le tende socchiuse la notte ha inghiottito il mondo nell’incavo di una quiete sospesa. Tutto tace, e riposa. L’amore ha consumato gli ultimi gesti: ora i sensi compiaciuti si rilasciano umidi, mentre i pensieri si abbandonano ad un placido fluttuare.
Ti prego, tesoro: restiamo ancora un po’ svegli. Non abbiamo più molto tempo, e domani non è così lontano. Ho bisogno della tua presenza vigile. Mi va di parlare, sommessamente, farmi cullare dalla tua voce morbida. Mi va di ridere, scherzare, farti il solletico, come quando ero bambino e allontanavo l’istante dell’addormentamento. Come l’uomo che sono adesso ho voglia di provocarti, prenderti di nuovo, goderti dentro.
No, mia adorata: non permettere che la stanchezza prevalga, il sonno ci chiuda le palpebre e spenga l’eccitazione. Le luci dell’alba presto ci sorprenderanno, e allora tutto sarà davvero finito. Rimani desta, per queste poche ore che ci separano dal distacco. Avremo tempo per riposare, quando non ci sarà più nulla da guardare, udire, toccare. E fino alla prossima volta potremo solo ricordare, desiderare, fantasticare. Di questa vita strappata ostinatamente alla vita, come un fiore alla terra, una promessa che sempre si rinnova.
(Gressoney La Trinitè, 24 giugno 2007)







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