(Dal mio archivio spuntano, ogni tanto, vecchi appunti inediti…)
fa caldissimo stasera, aria irrespirabile, fuori dallo zoser hotel un’umidità che ci puoi nuotare come in un acquario, qualche passo lungo pyramids road intasata dal traffico, a tutte le ore del sole o della luna, il ragazzo alla reception dice di tifare per l'al-alawi e gonfia il petto, io sorrido, i campioni d’africa, perché qui siamo in africa, ma non si capisce bene cosa c’entri l’africa in mezzo a tutte queste automobili – rottami ambulanti con i cerotti sulle giunture -, tra carretti trainati da somarelli indifferenti, chioschetti ambulanti che preparano succo di melograno, donne con l’ḥijāb che gettano occhiate curiose, per nulla intimidite, perché noi occidentali veniamo da un altro mondo tutto da desiderare, tutto da raccontare, tanto la notte cairota è lunga, qui come a damasco o ad amman, i giardini pieni di panchine e famiglie che prendono il fresco, bambini che giocano a pallone, fino quasi a domattina, perché al sudore incollato ai vestiti ci si abitua, passate le due cominci persino a sentire brividi lungo la schiena, forse l’effetto delle stelle che bucano il cielo nerissimo di quaggiù, a questa latitudine, in questa parte di emisfero, che non riesci a raffigurarti neppure sulla carta geografica, e non sai deciderti se sei lontanissimo oppure vicinissimo a casa, oppure soltanto fuori strada o dal tempo
Al Cairo ho amato le notti di Ramadan. Ghirlande luminose, moschee illuminate negozi aperti, folla nelle vie. Alle stelle non pensava nessuno, i piaceri erano tutti sulla terra.
Ciao Pim, buona notte
dragor (journal intime)
Sono stato al Cairo soltanto tre giorni, ma ho provato anch’io quella fragranza così sensuale che si sprigionava dai luoghi e dalle cose – dentro al Museo Egizio come nel traffico di Pyramids Road, a Zamalek come nei vicoli più trascurati.
Ciao Dragor, a presto.
P.
A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.
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