Durante il periodo pasquale mi sono concesso un breve viaggio in Austria. Innsbruck, Salisburgo, Graz, Klagenfurt, Villach. Passando per Linz ho fatto una deviazione di una trentina di chilometri rispetto all’itinerario previsto e, oltrepassando il Danubio, mi sono diretto a Mauthausen. Qui ho avuto modo di visitare ciò che resta del famigerato KZ-Lager, in cui i nazisti sterminarono 150.000 deportati (austriaci, italiani, francesi, russi, polacchi e spagnoli). Ho visto le baracche, le celle e le camere a gas, toccato con mano i forni crematori, percorso i 186 gradini della scala della morte che scendevano alla cava di granito, dove gli internati erano costretti ai lavori forzati. Mi sono reso conto che, quando ci si sforza di penetrare con la mente la tragedia dei campi di sterminio, si rischia realmente di perdere la ragione.
Uscito da quelle mura sinistre, sotto un cielo nero gonfio di pioggia, mi sono sentito come liberato da un peso doloroso che mi aveva attanagliato per tutta la visita. Non so se c’entri qualcosa l’inconscio collettivo, ma il pensiero di quelle inumanità perpetrate da uomini su altri uomini aveva fatto riemergere una specie di senso di colpa ancestrale di cui, fino a quel momento, ignoravo l’esistenza. E ho compreso che dimenticare oggi quelle vittime sarebbe come assassinarle una seconda volta.
sono stata ad auschwitz, conosco questo scoramento, questa difficoltà non solo di verbalizzare l’orrore ma persino di pensarlo. c’entra jung o è che siamo esseri umani e ciò che accade alla nostra specie accade a noi stessi?
rosy
Ho visitato Dachau, un campo di dimensioni enormi dove il sentimento di orrore in qualche maniera si disperde. L’orrore di Mauthausen è invece concentrato in uno spazio abbastanza ristretto e prende la forma oscura della claustrofobia. Hai ragione: l’angoscia toglie non solo le parole, ma anche la forza di pensare.
A mezzanotte eravamo ancora nel ristorante greco… con la candela quasi liquefatta sul collo della bottiglia, a raccontarci tutto… Avevo l’impressione di doverle dire una cosa. A mezzanotte e mezzo si era scostata il ciuffo, per guardarmi meglio, io le avevo puntato contro l’indice tenendo il pollice alzato e le avevo fatto: “Pim”. “È strano”, aveva detto, “anch’io”. Così eravamo diventati carne di una sola carne, e da quella sera per lei ero stato Pim.
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