Talvolta le persone te lo fanno credere: sembra che manifestino la tua sensibilità, intercettino il tuo pensiero, condividano gli interessi che hai. Ma se manca un’autentica partecipazione non possono vivere le emozioni, i sentimenti, gli stati d’animo che provi. Non sperimentano te ma sé stessi. Quando smetti di incuriosirli è facile per loro spostare altrove l’attenzione. In un batter d’occhi non ci sei già più.
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Sentirsi adorati, succhiare energia, poi appallottolare i benefattori come carta straccia e mirare al bidone dell’immondizia con l’intenzione di centrarlo.
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Detesto le cerimonie pubbliche e le evito come la peste. Sono il palcoscenico ideale per gente senza valore che buffoneggia in maniera ripugnante, sfoggiando atteggiamenti fasulli e cattiva retorica.
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Moralisti da strapazzo e pettegoli da cortile, dediti alla pratica del giudizio ma inconsapevoli della propria miseria. Sorvegliano le vite altrui con zelo ignorando di essere, tra tutti, i meno titolati a parlare.
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La degenerazione etica che attraversa la nostra società è più preoccupante della crisi del debito pubblico. Un deficit si può ripianare, gli strumenti non mancano. Un Paese dove invece tutti brandiscono l’indice ammonitore contro le altrui debolezze, gli altrui vizi, le altrui mancanze, agendo come fossero illuminati dalla superiorità morale, non ha alcuna speranza.
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E poi c’è il Vangelo di Luca che, al capitolo 17, usa parole sagge: “Dite: siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare“. La vita è un’entità infinitamente più grande di noi. Più grande delle ambizioni smisurate, della megalomania, del narcisismo malato, del delirio di onnipotenza che appartiene a tanti tipi umani.








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