«Un destino crudele – disse il sindaco alzando la mano come per difendersi. – E lei non ha nessuna colpa?».
«Nessuna – disse il cacciatore. – Ero un cacciatore, è questa forse una colpa? Praticavo la caccia nella Foresta Nera, dove a quei tempi c’erano ancora i lupi. Tendevo agguati, tiravo, colpivo, scuoiavo, è questa forse una colpa? Il mio lavoro era benedetto. Mi chiamavano “il grande cacciatore della Foresta Nera”. È forse una colpa?».
«Non è compito mio deciderlo – disse il sindaco – ma neppure a me tutto questo sembra una colpa. Ma allora di chi è la colpa?».
«Del capitano – rispose il cacciatore. – Nessuno leggerà ciò che qui scrivo, nessuno verrà ad aiutarmi, e se venisse dato l’ordine di aiutarmi, tutte le porte rimarrebbero chiuse, chiuse tutte le finestre, tutti rimarrebbero a letto, le coperte tirate fin sopra la testa, tutta la terra sarebbe un albergo di notte. E ciò si spiega bene, perché nessuno sa nulla di me, e se sapesse di me, non saprebbe dove mi trovo, e se sapesse dove mi trovo, non saprebbe trattenermi sul posto, e se mi ci sapesse trattenere, non saprebbe come aiutarmi. L’idea di volermi aiutare è una malattia e si deve curare a letto. Lo so, e perciò non scrivo per invocare aiuto, nemmeno quando in certi momenti – sconvolto come sono, per esempio ora – ci penso con insistenza. Ma per scacciare da me questi pensieri, basta che mi guardi in giro e mi rammenti dove sono e dove – posso ben dirlo – abito da secoli».
«Straordinario – mormorò il sindaco. – Straordinario. E ora lei pensa di rimanere qui da noi a Riva?».
«Io non penso – disse il cacciatore sorridendo, e per attenuare l’ironia pose la mano sul ginocchio del sindaco. – Io sono qui, altro non so, altro non posso fare. La mia barca è senza timone, viaggia con il vento che soffia nelle regioni più basse della morte».
(da Il cacciatore Gracco, di Franz Kafka. Riva del Garda, photo by Pim)








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